mercoledì, gennaio 05, 2011

Vita di Bohème

RIASSUNTO: Vita di Bohème, di Henri Murger

Capitolo 1- Come fu istituito il cenacolo della Bohème

Siamo a Parigi, nel milleottocentoquaranta e rotti (l'anno è imprecisato). È l'8 di aprile e questo, per Alessandro Schaunard, giovane musicista nonché pittore, è una data fatidica. Perché ha ricevuto lo sfratto ed entro mezzogiorno deve non solo lasciare l'appartamento, con mobili suoi annessi (il pianoforte e un tavolo usato come letto o da scrivania a seconda dei casi, tutti gli altri sono stati bruciati per scaldarsi), ma deve anche 75 franchi di arretrati al padrone di casa. Problema: lui non ha il becco d'un quattrino. Ma trascorre lo stesso quasi tutta la mattinata nel comporre una canzone inutilmente poetica, solo per scoprire che la sua situazione economica riesce meglio, come tema, della triste storia d'amore di una fanciulla il cui amante è morto. Alle undici del mattino decide di fare qualcosa e andare in giro a cercar soldi, possibilmente chiedendoli in prestito ai suoi vari conoscenti (chiedere soldi in prestito è una sua specialità) e abilmente lascia casa. Poco dopo giunge il nuovo occupante dell'appartamento, il pittore Marcello, possibilmente anche più eccentrico di Schaunard, con un carico di paraventi dipinti che rappresentano tutta la sua mobilia, ma con prospettive alte e originali.
Schaunard raggranella un po' di franchi, ma sono pochi per pagare l'affitto arretrato così fa pervenire al padrone di casa un avviso in cui gli annuncia di non poter adempiere ai suoi compiti, e allo stesso tempo si reca in un'osteria per spendere quel po' che ha racimolato in cibi e bevande. All'osteria conosce Gustavo Colline, giovane filosofo e studioso. I due fanno amicizia dividendosi un coniglio in fricassea e molte bottiglie di vino. Poi si trasferiscono a gozzovigliare al caffè Momus, dove conoscono un altro giovane, il poeta e giornalista Rodolfo. Tra un bicchiere e l'altro, e un discorso sull'arte e un altro, i tre giovani diventano amici fraterni, specialmente a causa dell'alcol.
Schaunard, dimenticandosi d'esser stato sfrattato, invita a casa propria Rodolfo e Colline. Una volta a casa viene accolto dal nuovo padrone, Marcello. Ma i quattro giovani anziché prendersela per il qui pro quo colgono l'occasione per fare amicizia, e (ormai è notte), continuano la gozzoviglia tra vino e cibi da asporto. Si addormentano esausti, e al mattino non ricordano più neppure in che occasione si sono incontrati.
Ma dopo un po' di ragionamenti tutto torna alla memoria. Ormai i quattro si sentono amici fraterni e non vogliono più lasciarsi, ma il lavoro (per quel che è) richiama ognuno ai propri compiti. Non importa: è questione di poche ore e i quattro novelli amici potranno riprendere a gozzovigliare.
Marcello propone a Schaunard di vivere insieme: il primo ci metterà la casa e il secondo la mobilia. Il musicista accetta.

Capitolo 2 – Un inviato della Provvidenza

Marcello è stato invitato a una cena importante e questo, proprio adesso che in dispensa non c'è niente da mangiare, è provvidenziale. Ma Schaunard gli fa notare che non ha neanche un vestito nero, elegante da indossare per l'occasione. Marcello sta quasi per rinunciare quando alla loro porta arriva qualcuno: è un commerciante in zucchero che desidera che Schaunard gli faccia un ritratto, più presto possibile perché deve partire. Il commerciante porta un vestito elegante, nero, proprio della taglia di Marcello. Sarebbe l'ideale! La trappola scatta subito: col pretesto di fare un ritratto più realistico che mai, Schaunard convince il commerciante a posare in vestaglia, mentre Marcello indosserà il suo vestito per andare alla cena. Intanto il musicista-pittore intrattiene l'ospite con chiacchiere e vino. Quando Marcello torna a notte fonda (ben oltre l'orario pattuito) trova l'amico e il cliente beatamente ubriachi e addormentati.

Capitolo 3 – Amori di quaresima

Rodolfo è in crisi perché a quanto pare anche se è tempo di quaresima a Parigi tutti sono innamorati e accoppiati tranne lui. Questo lo irrita molto e improvvisamente sente l'urgenza di avere una donna da abbracciare ma non sa come trovarla perché lui con gli approcci non se la cava molto. Perciò si rivolge a Schaunard e lo convince ad aiutarlo a far la conoscenza con una graziosa fanciulla incontrata al caffè Momus. Si tratta di una sartina assai graziosa di nome Luisa. Graziosa, sì, ma semianalfabeta e un po' terra-terra. Rodolfo invita Luisa a cena a casa sua, quando la fanciulla si accorge che il poeta oltre al desinare ha preparato anche il letto con lenzuola fresche e bianche capisce subito le intenzioni del giovane e ne accetta volentieri le profferte amorose trasferendosi subito nell'abitazione dell'artista. Ma la passionale storia d'amore dura pochi giorni, la fanciulla si stufa presto e molla il poeta per uno studente più prestante e più ricco. Tempo dopo Rodolfo viene a sapere, perché trova una lettera d'addio in casa sua, che Luisa è stata anche l'amante di Marcello. Fa notare al pittore che Luisa nella lettera per lui ha fatto due errori di ortografia in meno che per Marcello, ma costui gli dà del tonto: che bisogno ha, dice, una bella ragazza di saper scrivere bene?

Capitolo 4 – Alì-Rodolfo, ovvero il turco per necessità

Rodolfo ha trovato lavoro: suo zio Monetti gli ha commissionato un libro sugli impianti di riscaldamento. Ma Rodolfo non si sente tagliato per questo lavoro e va molto per le lunghe perciò lo zio, per obbligarlo a scrivere, ricorre a una soluzione drastica. Lo chiude in casa senza vestiti (gli lascia solo una sorta di abbigliamento da turco) e gli raziona cibo e tabacco. Ma Rodolfo va allo stesso a rilento, perché quel lavoro proprio non gli piace. Rimasto senza tabacco, e quindi disperato, Rodolfo si affaccia al balcone e vede che l'inquilina del piano di sotto, la graziosa attrice Sidonie, è anche lei sul balcone a fumare una sigaretta. Riesce a convincere la fanciulla a passargli del tabacco da fumare, e già che c'è anche del cibo. Gli arriva una lettera in cui gli notificano che ha vinto un premio in denaro per un concorso letterario, perciò con l'aiuto di Sidonie riesce a evadere per riscuoterlo, e manda a quel paese il lavoro sugli impianti di riscaldamento. Sidonie riesce a far sì che la tragedia scritta da Rodolfo, il Vendicatore, venga rappresentata in teatro. La buona fortuna dura poco: tempo poche settimane e Rodolfo si trova di nuovo sotto i ponti.

Capitolo 5 – Lo scudo di Carlo Magno

Rodolfo e Marcello, che adesso vivono insieme, hanno deciso di organizzare una gran festa per il mondo artistico di Parigi. Il programma è steso, tutto è pronto... mancano solo i soldi. È da un anno che l'annuncio della festa va avanti a vuoto e ormai la storia è diventata la barzelletta del loro ambiente artistico. Ora parrebbe la volta buona, ma ancora una volta... non ci sono soldi. Ma non si può rimandare ancora, la figuraccia sarebbe intollerabile. A due giorni dalla festa Rodolfo e Marcello sperano di trovar quattrini in qualche modo: Rodolfo prestando ascolto a suo zio Monetti, che ama avere qualcuno con cui lamentarsi, e Marcello vendendo un quadro fatto in quattro e quattr'otto a un rigattiere. Ma entrambi i progetti sono un buco nell'acqua. I due decidono di frugare casa da cima a fondo perché non si sa mai, potrebbe esserci sempre un tesoro abbandonato da precedenti proprietari. Cercando ovunque, i due trovano una moneta antica, uno scudo carolingio perso da chissà chi. Qualcosa può fruttare, così mentre Marcello si reca dal rigattiere a venderla, Rodolfo va da Colline a farsi prestare un vestito elegante. Sì, perché fra i quattro Colline è l'unico che possegga un abito nero (anche se in realtà è blu) da cerimonia. Il filosofo, che alla festa sarà anche oratore, vorrebbe indossarlo lui, ma Rodolfo riesce a farselo dare con la scusa che lui, in quanto padrone di casa, non può sfigurare. Così svuota le tasche dagli innumerevoli libri che Colline si porta sempre dietro (qualcuno lo definisce perciò una biblioteca ambulante) e torna a casa col prezioso bottino, per scoprire che Marcello è riuscito a ottenere da quel vecchio scudo molti più soldi di quanto preventivato. E così la festa riesce un vero successo, roba da far invidia alla stessa principessa di Belgioioso, Femia, l'amante di Schaunard, è la reginetta della festa... e ci sono perfino le candele!

Capitolo 6 – Musette

Musette è una ragazza assai graziosa, vivace, intelligente, amante delle belle cose... soprattutto amante. Da quando è arrivata a Parigi s'è subito fatta notare per il suo brio e le sue deliziose scollature. Ora ha vent'anni ed è l'amante di un consigliere di stato, giovane e bello perché comunque lei non accetta mai di accompagnarsi a uomini che non le piacciano, anche a costo di perderci molti soldi. Grazie a questo nuovo amante può permettersi di vivere nel lusso e dare feste strepitose. Purtroppo però il rapporto s'interrompe e lei finisce in strada con tutti i suoi mobili proprio la sera in cui aveva organizzato una delle sue feste. Ma questo per lei non è certo un motivo valido per rinunciarvi: la festa si fa lo stesso, in cortile. Ed è in quest'occasione che Rodolfo, che è suo amico (inspiegabilmente i due non saranno mai altro che semplici amici) le presenta Marcello e tra i due scatta subito una forte intesa, nonostante l'abbigliamento di Marcello lasci alquanto a desiderare (porta una sgargiante camicia blu con disegni di cinghiali e cani da caccia e sopra il vecchio Matusalemme, come chiama il suo unico completo scuro ormai fuori moda da anni). La festa è assai animata e termina solo l'indomani, quando i rigattieri vanno a prendere i mobili.
Rimasta senza casa e non avendo ancora voglia di ritirarsi e adattarsi a star sotto un ponte, Musette trascorre l'intera giornata con Rodolfo e Marcello, e insieme i tre giovani fanno una scampagnata spassandosela molto. Soprattutto Musette e Marcello che continuano a scambiarsi baci, carezze e manifestazioni d'affetto varie.
A fine giornata, tornati in città, Marcello ospita la ragazza nel suo appartamento e, nonostante le proteste della giovane, lui le cede letto e casa preferendo farsi ospitare da Rodolfo, che abita alla porta accanto.
L'indomani Marcello sveglia Musette portandole in dono un mazzo di fiori e lei, piacevolmente sorpresa da quelle tenere attenzioni, accetta di diventare l'amante del pittore, ma soltanto “fino a che i fiori non appassiranno”, il che presuppone solo un paio di giorni.
Ma di giorni ne passano quindici, i fiori resistono e così la convivenza tra Marcello e Musette.
Una notte il pittore si sveglia e non trova Musette accanto a lui nel letto. Ma scopre subito dov'è andata: sta cambiando l'acqua ai fiori per impedir loro di appassire.

Capitolo 7 – I fiumi d'oro

Un 19 di marzo Rodolfo, che in questo periodo vive con Marcello, riceve l'astronomica cifra di 500 franchi. Questo denaro gli è stato donato da una persona che spera che Rodolfo l'impieghi saggiamente per farsi una posizione onesta nel mondo. E per tenere fede a questo presupposto lui spende immediatamente 25 franchi per comprarsi una pipa pregiata (che gli durerà di più delle solite pipe economiche e perciò questo è da considerarsi un investimento). Torna a casa e fa quasi prendere un colpo al pittore facendogli tintinnare davanti tutte quelle monete.
I due decidono immediatamente di comportarsi in maniera assennata: quei soldi dovranno durare almeno tre mesi e perciò è bene economizzare e limitarsi alle spese necessarie eliminando il superfluo. Per questo motivo il denaro non verrà impiegato per pagare i creditori (sarebbe una spesa superflua) bensì per mangiare al ristorante (e risparmiare il tempo non dovendo cucinare), acquistare tabacco, articoli d'abbigliamento e così via. I due assumono anche un maggiordomo tuttofare, Battista, che faccia loro risparmiare tempo nel badare alla casa.
Passano otto giorni e Rodolfo e Marcello si accorgono con sgomento che la loro ricchezza si è esaurita e che i soldi sono finiti. Com'è stato possibile? Eppure loro sono stati estremamente frugali, e molto se n'è andato in “spese varie”, ma non certo tutti e 500 franchi.
Cos'è capitato? Presto detto: quel mattino, mentre i due artisti erano fuori, è arrivato il padrone di casa reclamando i soldi dell'affitto e Battista, solerte, ha pensato bene di usare i soldi rimanenti per saldare il debito.
Ma l'affitto è una spesa superflua! Il povero maggiordomo viene così licenziato in tronco.

Capitolo 8 – Quel che costano cinque franchi

Rodolfo s'invaghisce della modista Laura e decide di farne la propria amante per almeno un paio di giorni, per questo la invita a cena e la fanciulla accetta con entusiasmo.
Laura è una ragazza d'una certa eleganza e Rodolfo tiene a far bella figura almeno al primo appuntamento, ma malauguratamente, tanto per cambiare, non ha il becco d'un quattrino, e il suo proposito di recarsi alla redazione della Sciarpa d'Iride, il giornale per cui lavora, per chiedere un anticipo fallisce miseramente: quel giorno, purtroppo, sono andati tutti a Versailles a seguire uno spettacolo di giochi d'acqua con le fontane. Come fare a trovare almeno 5 franchi entro sera?
Si reca da un conoscente, un critico teatrale, e scrivendo una recensione per lui riesce a racimolare qualcosa. Un altro po' di soldi li scuce a suo zio Monetti, qualcos'altro se lo fa prestare dalla sua lavandaia in cambio di alcuni libri di poesia, e ancora qualcosa riesce a ottenerlo da un conoscente incontrato non troppo per caso, raccontandogli di aver bisogno di denaro per prendere una carrozza e andare a riscuotere una grossa somma.
Insomma, con mille piccoli sotterfugi, riesce a mettere insieme, al centesimo, i cinque franchi tanto sospirati. Trascorre con Laura una serata piacevole e lei alla fine, conquistata, accetta con gioia di diventare la sua amante.

Capitolo 9 – Le violette del Polo

In questo periodo Rodolfo è innamoratissimo di sua cugina Angela, figlia del solito zio Monetti.
Angela ha diciott'anni, è molto bella ma è gelida e acida perché per gli ultimi sei anni è stata cresciuta in campagna da una zia devota fino al fanatismo, e perciò pare che ora nelle vene anziché sangue le scorra acqua benedetta. E in più proprio non sopporta Rodolfo.
Ma lui tanto fa e tanto insiste che alla fine arriva a prometterle di regalarle un bouquet di violette bianche per un ballo alla quale la fanciulla dovrà partecipare di lì a poco.
Promessa avventata, perché è inverno e quando Rodolfo, per curiosità, decide di entrare da un fiorista per conoscere il prezzo del bouquet viene a sapere che questo costa la bellezza di (minimo) 10 franchi!
E come fa a trovarli? Ma ormai ha promesso, e poi ha ben otto giorni di tempo per raggranellarli.
Purtroppo stavolta la Provvidenza pare non volerlo aiutare, passano 5 giorni e Rodolfo non ha ancora trovato nulla. Decide perciò di andare a consultarsi con Marcello. Fortuna vuole che proprio in quella s'imbatta dal pittore in una donna, fresca vedova, che commissiona a Marcello un dipinto commemorativo del marito e a Rodolfo un epitaffio struggente che gli verrà pagato, alla consegna, giusto 10 franchi.
Rodolfo vive in una appartamento esposto ai venti e decisamente gelido, per di più non ha soldi per acquistare legna da ardere nel camino e tutti i mobili di legno che aveva sono già stati sacrificati allo scopo da un pezzo. Perciò si fa prestare da Marcello un caldissimo travestimento da orso polare (tanto è carnevale e anche se gira così in città nessuno ci farà caso) e per scaldarsi anche le mani mentre compone l'epitaffio brucia una delle vecchie bozze della sua lunghissima tragedia, il Vendicatore.
Riesce in questo modo a terminare il lavoro, ottenere i dieci franchi e acquistare in tempo il bouquet di violette bianche per Angela.
Alla festa il bouquet della fanciulla è molto ammirato da tutti e la ragazza potrebbe anche rivolgere un pensiero di riconoscenza a Rodolfo, se non fosse che è molto più interessata a un bel giovanotto biondo che le fa la corte.
E Rodolfo, il quale non è stato invitato alla festa, non può far altro che limitarsi a guardare le luci del ballo dall'alto della sua gelida magione e sospirare.

Capitolo 10 – Il “Capo delle Tempeste”

Ci sono delle date, ogni mese, che Rodolfo detesta in modo particolare il 1° e il 15. Come mai? Perché sono i giorni in cui arrivano i creditori.
Oggi è proprio la mattina del 15 di aprile, e Rodolfo sta dormendo della grossa sognando di aver appena ereditato il Perù con tutti i peruviani, quando il suo sogno d'oro viene interrotto dall'arrivo di un creditore che esige 150 franchi per conto del sarto. Dopo di lui arriva il padrone di casa, nonché ciabattino, nonché strozzino, a pretendere ben 162 franchi. Rodolfo tenta di raggirarlo con arguti giri di parole ma non attacca: se non paga entro sera verrà sfrattato.
Decide perciò di recarsi dagli amici in cerca di prestiti, ma è il 15 aprile anche per loro. E neppure il suo tentativo di sfruttare un buono per un pasto presso un'associazione va a buon fine, perché il raduno è illegale e viene interrotto dall'arrivo della polizia.
Sconsolato per la magra riuscita, Rodolfo torna a casa, ma il padrone gli fa sapere che ormai l'appartamento è già stato affittato a un altro inquilino. Rodolfo può però salire a riprendersi almeno le sue carte.
Viene condotto nell'appartamento e scopre che il nuovo inquilino è Mimì, ragazza graziosa e vivace con cui in passato lui ha già avuto una breve relazione amorosa.
La ragazza non ha cuore di lasciare Rodolfo in strada (anche perché piove) e decide di ospitarlo. Rodolfo, riconoscente, la copre di baci. Ormai il 15 è passato, e il “Capo delle Tempeste” è stato doppiato.

Capitolo 11 – Il ritrovo della Bohème

I quattro amici della Bohème hanno l'abitudine di ritrovarsi di frequente al caffè Momus, cosa che non piace al proprietario del locale in quanto i quattro, col loro baccano, le loro prepotenze e il loro linguaggio spesso triviale, tendono a far fuggire tutti gli altri clienti, e in più consumano poco e spesso non pagano le consumazioni. Il signor Momus ha esposto in chiari punti i motivi delle lagnanze:
1 – Rodolfo arriva sempre al mattino e ruba tutti i giornali del locale, inoltre ha praticamente costretto il caffè ad abbonarsi al Castoro, rivista di moda di cui lui è redattore capo.
2 – Colline e Rodolfo si appropriano del tavolo da trictrac per giornate intere impedendo agli altri avventori di usufruirne.
3 – Marcello usa il locale come se fosse un suo atelier privato portandosi dietro tele, colori e cavalletti, e talvolta anche modelli di ambo i sessi.
4 – Similmente Schaunard ha piazzato al Momus il suo pianoforte e ha affisso in giro avvisi in cui reclamizza lezioni private di musica pregando di “rivolgersi al banco” per informazioni. A tali avvisi spesso risponde gente equivoca. Inoltre la sua donna, Femia, non porta mai il cappello.
5 – Non contenti di spendere già poco, i quattro hanno preso a portarsi il caffè da casa sostenendo che in quello del Momus ci mettono la cicoria.
6 – Il cameriere, fuorviato dai discorsi dei quattro, ha preso a corteggiare sfacciatamente la donna che lavora al banco infischiandosene del fatto che questa è anche la moglie del signor Momus. Inoltre pare che Rodolfo lo aiuti in questa losca impresa.
Insomma, il signor Momus non ne può più e vorrebbe che i quattro amici si trovassero un altro luogo di ritrovo, ma Colline, che è un buon oratore, riesce a persuaderlo delle loro buone intenzioni e i bohemien scendono a compromessi andando incontro almeno in parte alle richieste del gestore.
Le cose sembrano placarsi per qualche giorno, ma una sera gli amici si presentano al Momus con le loro amanti: Musette, amante di Marcello, Mimì, che sta con Rodolfo, e Femia, la donna di Schaunard. Manca l'amante di Colline che è rimasta a casa a correggere le bozze di certi manoscritti del compagno. Le ragazze sono in vena di festeggiamenti, e tra vini, liquori e cibo ordinano una cena per più di 25 franchi. Ovviamente nessuno di loro ha tutti quei soldi, e sta già per scatenarsi una lite furibonda col gestore del locale.
Gli amici però non si sono accorti di un ragazzo che li osserva con interesse già da qualche settimana. Si tratta di Carolus Barbemouche, aspirante artista con la passione della filosofia e delle lettere assai danaroso (i quattro lo chiamano “il capitalista” da quando l'hanno visto che saldava un conto con un pezzo alto), che arde dal desiderio di unirsi all'allegra combriccola. Lui paga il loro conto e, davanti alla reazione dei quattro, che si sentono offesi da questo gesto, accetta di giocarsi la somma al biliardo, perdendo giudiziosamente come sa di dover fare se desidera la loro approvazione.

Capitolo 12 – Un nuovo membro nella Bohème

Usciti dal locale, Barbemuche si accoda a Colline e lo invita a bere qualcosa altrove, e intanto gli espone il suo desiderio di far parte del cenacolo della Bohème. Il filosofo promette di metterci una buona parola, ma non garantisce che gli altri accetteranno: dopo tutto se si aggiunge un elemento a un quartetto poi non si ha più un quartetto. Sono cose che fanno pensare.
Il giorno seguente Colline raggiunge a pranzo gli amici al Momus ed espone le richieste del giovane, ma i ragazzi sono assai titubanti: temono che questo presunto artista miri alle loro donne. Colline li rassicura: Barbemouche è un platonico, un uomo che non osa amare le donne, e le fanciulle non corrono rischi.
Gli amici decidono di dare una possibilità al giovane ma prima desiderano studiarlo attentamente uno per volta con incontri privati e solo in seguito, se verrà accettato, lui dovrà offrir loro una festa da non meno di 12 franchi.
Il primo è Rodolfo, che viene accolto nella lussuosa casa di Barbemouche e deve sorbirsi la lettura di un lungo romanzo scritto dal ragazzo. A parte questo, però, l'impressione è buona. Ancora migliore per Schaunard, e perfino per Marcello, che pure era il più ostico. Il nuovo membro è accettato e la festa organizzata.
Verrà tenuta a casa del viscontino, adolescente allievo di Barbemouche che pare assai contento all'idea di conoscere delle ragazze.
I quattro amici saccheggiano l'armadio di Barbemouche per procurarsi abiti adeguati, e la cena con festa è un successone, tutti mangiano e si divertono, il viscontino passa la serata a fare piedino sotto il tavolo a Mimì. Tutti sono contenti tranne Marcello. Le scarpe eleganti prese in prestito da Barbemouche gli stanno strette e questo secondo lui vuol dire che loro non potranno mai essere amici.

Capitolo 13 – Una nuova unione

Rodolfo non si vede in giro da un po' e gli amici sono preoccupati, ma il più preoccupato di tutti è Colline, perché il poeta deve fargli pubblicare il suo primo articolo di filosofia sul Castoro ma non gli ha detto quando. Lo cerca così in lungo e in largo e alla fine, venuto a sapere il suo nuovo domicilio, si presenta da lui alle sei del mattino. Rodolfo dorme e non gli apre la porta, ma Colline scopre davanti alla soglia di casa due paia di scarpe: stivali maschili e stivaletti femminili. Rodolfo ha un'amante, ecco perché era scomparso!
La notizia suscita incredulità e stupore nel circolo, perché nessuno si aspetta da Rodolfo una cosa del genere. Ma ben presto tutto viene confermato dallo stesso poeta, che invita gli amici a cena da lui firmandosi “Rodolfo e signora”.
La signora in questione è Mimì, che ha preparato una cena deliziosa per gli artisti. Colline viene a sapere che il suo articolo verrà pubblicato di lì a pochi giorni, non è più in sé dall'emozione e prende a fare discorsi sconnessi. Il vino scorre a fiumi, gli amici gozzovigliano ma non accennano a voler andarsene, e Rodolfo è ormai ansioso di restare da solo con la sua Mimì, che gli lancia continui e significativi sguardi languidi.
Ci pensa Marcello a trarlo d'impaccio, con poche scuse banali allontana gli amici ubriachi e se ne va anche lui. Rodolfo e Mimì possono finalmente fare l'amore.

Capitolo 14 – Mimì

Lo sanno tutti: Mimì (il cui vero nome è Lucilla) è il grande amore di Rodolfo. Ma è un amore tormentato e tormentoso, che strazia il cuore del giovane poeta. Mimì è graziosa, intelligente, apparentemente dolce e conciliante, con grandi occhi blu e lunghi capelli scuri. Ma sotto l'apparenza mite nasconde un carattere bizzoso e un notevole egoismo.
Rodolfo è sempre stato d'animo romantico, tanto che Marcello (anche a causa della precoce calvizie) gli ha affibbiato il nomignolo di Calvo Nontiscordardime.
Ha conosciuto Mimì perché lei era l'amante di un suo amico e i due si sono messi insieme quasi subito. Rodolfo è innamoratissimo di Mimì, e per un po' crede che anche lei lo ricambi, ma ben presto deve arrendersi all'evidenza: Mimì gli è sì affezionata, ma non lo ama né mai l'ha amato. La fanciulla, invece, fuorviata da certe amiche, è sempre più scontenta della misera vita che conduce col poeta e l'ambizione la spinge a cercare di meglio altrove. È con grande dolore che Rodolfo scopre che la sua Mimì gli è infedele e che tutte le sue numerose assenze non sono dovute alle visite dalla zia, come lei gli aveva detto, bensì a incontri con numerosi amanti. Ferito, Rodolfo decide di lasciare la ragazza: tra i numerosi litigi, le poche notti d'amore e le ormai evidenti infedeltà di Mimì la vita con lei gli è divenuta insostenibile.
Mimì cerca di farsi perdonare ma si accorge di non riuscire a smuovere il giovane, ormai troppo amareggiato, e si appresta subito a trovarsi un altro amante danaroso e nobile.
Rodolfo alterna momenti di cupa disperazione e falso entusiasmo; partecipa a una festa, rimorchia una giovane bella e disponibile, ma al dunque la respinge e se ne torna a casa a disperarsi perché ha perso la sua Mimì. Neppure i suoi amici riescono a fargli aprire gli occhi parlandogli di tutti i difetti e i tradimenti della ragazza: lui è troppo innamorato.
Rodolfo riceve la visita di Amelia, che è un'amica di Mimì ed è andata da lui a recuperare gli effetti personali che la ragazza ha lasciato a casa del poeta. Gli fa così sapere che il nobile danaroso ha lasciato Mimì, la quale adesso è ospite a casa sua. Rodolfo perciò finge di corteggiare Amelia solo per ricevere notizie fresche di Mimì.
Amelia racconta tutto all'amica sperando di ingelosirla, ma la ragazza ha capito il tranello. Quando Rodolfo invita Amelia a un ballo, Mimì fa in modo di presentarsi invece lei all'appuntamento. Il dolore ha conferito a Rodolfo un aspetto più maturo e sofferto e Mimì comincia a pentirsi di averlo lasciato. Quando il poeta invita la ragazza a casa sua per riprendersi le sue cose lei ci va. E ci resta.

Capitolo 15 – Vite in comune

Come si sono conosciuti Marcello e Musette lo sappiamo. Si sono messi insieme per capriccio, e la loro relazione è spesso assai vivace, costellata da frequenti litigi. Proprio durante uno di questi litigi i due si accorgono di non riuscire a separarsi e si rendono conto, con profondo sgomento, di essersi innamorati davvero. Quando giunge Rodolfo gli rivelano la ferale notizia. Lui in quel periodo vive nell'appartamento accanto insieme a Mimì e ben presto un'altra coppia di vicini li raggiunge: Schaunard e la sua Femia. Per un po' le tre coppie se la godono. Chi non se la gode affatto è il vicinato.
Gli altri abitanti dello stabile sono continuamente disturbati dalle vite amorose degli amici. Spesso ci sono liti furibonde con accompagnamento di grida e lancio di oggetti contundenti. Quando invece gli amanti si rappacificano è forse anche peggio, perché le sottili pareti dello stabile fanno sì che nessun dettaglio degli incontri amorosi sfugga ai vicini. Per questo molti di loro, esasperati, decidono di andarsene.
L'idillio non dura più di sei mesi. I primi a lasciarsi sono Femia e Schaunard, a causa delle ginocchia di lei. Quindici giorni dopo Mimì lascia Rodolfo per correre tra le braccia del viscontino, già allievo di Barbemouche. È quindi la volta di Musette che, nostalgica della vita agiata che conduceva prima di mettersi con Marcello, cede alla corte di Alessio, un giovanotto ricco e brillante che le permette di vivere nel lusso. Alessio non ha di che lamentarsi a parte un dettaglio: Musette non sembra per nulla innamorata di lui. Probabilmente, gli dice lei, è perché ha lasciato il cuore a casa di Marcello. E se solo il pittore non fosse tanto squattrinato lei non l'avrebbe mai lasciato.
Tempo dopo Marcello e Musette s'incontrano di nuovo al viale. Lei è una signora elegante che scende da una carrozza mettendo in mostra una gamba estremamente ben tornita. Lui comincia a corteggiarla prima ancora di capire che è lei, attratto solo da quella gamba. I due cominciano a chiacchierare, scherzare e litigare come ai vecchi tempi.
Con una scusa banale, Musette riesce a farsi invitare a casa di Marcello. Quando Rodolfo li vede arrivare a braccetto sa già come andranno le cose. Ah, questi amori che non si esauriscono mai!

Capitolo 16 – Il Passaggio del Mar Rosso

Ormai da sei anni Marcello lavora al quadro che considera il suo capolavoro: il Passaggio del Mar Rosso. Lui desidera che venga acquistato dal Louvre e per questo motivo continua a inviarlo alla commissione apposita, la quale puntualmente glielo respinge sempre. Il quadro ha percorso così tante volte il tragitto tra lo studio di Marcello e il Museo (e ritorno) che ormai quasi potrebbe andarci da solo.
Per evitare che la commissione riconosca il quadro Marcello di volta in volta effettua delle piccole modifiche e cambia il titolo, perciò una volta diventa Cesare che attraversa il Rubicone, un'altra è il Passaggio delle Beresina... ma a quanto pare l'inghippo non funziona: i giudici lo riconoscono sempre e sempre lo respingono. La cosa esaspera il povero pittore.
Un giorno in cui i nostri amici sono particolarmente a corto di quattrini ricevono la visita del rigattiere Medici. Lui ha trovato qualcuno interessato ad acquistare il Passaggio del Mar Rosso alla cifra di 150 franchi. Marcello dapprima protesta sostenendo che solo di colori ha speso di più, ma poi gli amici lo persuadono ad accettare la generosa offerta.
Tempo dopo Marcello viene a scoprire dov'è finito il suo quadro. Dopo aver subito ulteriori ritocchi è diventato “Al Porto di Marsiglia” ed è l'insegna di un negozio di alimentari, tra l'ammirazione del pubblico.
Marcello si allontana soddisfatto: dopotutto al popolo il suo quadro piace!

Capitolo 17 – La toilette delle grazie

Per una volta tanto Rodolfo ha accettato un lavoro solo per denaro e non per amor dell'arte. Sta infatti scrivendo, per conto di un dentista, un poema sulla chirurgia. I soldi che gli verranno in tasca da questo lavoro gli permetteranno di acquistare l'occorrente affinché Mimì possa farsi un abito bellissimo ed elegante. La ragazza è tanto entusiasta per questa prospettiva che ne parla con Musette e Femia, le quali pretendono dai loro uomini altrettanto spirito di sacrificio.
Per questo motivo Marcello accetta di far ritratti per tutti i soldati di una caserma, e Schaunard accetta un lavoro perfino più strano. C'è un nobile inglese, Mister Birn'n, che ha una vicina estremamente fastidiosa. Costei, Dolores (si spaccia per spagnola ma è francesissima), abita al piano di sotto, è un'attrice e possiede un pappagallo parlante che assilla i vicini col suo incessante chiacchiericcio spesso assai volgare. Mister Birn'n ha cercato di farla desistere inutilmente con le buone. Poi ha preso altri provvedimenti: ha aperto in casa una scuola per percussionisti (ma le autorità gliel'hanno fatta chiudere per schiamazzi), ha installato un poligono di tiro per i domestici (fatto chiudere dalle autorità perché è proibito usare armi da fuoco in abitazioni private), ha perfino allagato il salotto trasformandolo in piscina marina con tanto di pesci, dando fastidio a Dolores con le infiltrazioni d'acqua. Ma anche questa gliel'hanno fatta smantellare. Però nessuno può impedirgli di suonare il pianoforte in casa sua, e qui entra in gioco Schaunard: da sera a mattina dovrà suonare a ripetizione la scala musicale, sempre uguale, perché si sa che nulla è più irritante di qualcuno che si esercita continuamente al pianoforte. Il giovane musicista accetta e alla fine si mette in tasca la bellezza di 200 franchi.
Alla fine le tre ragazze ottengono i tanto sospirati abiti nuovi ed eleganti e insieme ai loro belli e a Colline, che li accompagna, trascorrono una splendida giornata tra i viali di Parigi e la campagna. A sera, inutile dirlo, i soldi sono già finiti tutti.

Capitolo 18 – Il manicotto di Francine

Jacques sarebbe potuto diventare un grande scultore, pieno di talento com'era, se non fosse morto di esaurimento in un ospedale all'età di 23 anni.
Jacques è assai giovane e appassionato della sua arte, ma per seguire la sacra musa ispiratrice è povero in canna. E questo lo rende spesso malinconico e depresso, specialmente quando non ha niente da mettere sotto i denti. Fa anche parte di un'associazione, i Bevitori d'Acqua, artisti così innamorati dell'arte da rifiutarsi di abbassarsi a svenderla per denaro, preferendo piuttosto la miseria. La vicina di Jacques è una sartina altrettanto povera, la bionda, graziosa e vivace Francine. I due si sono già notati, ma non hanno mai avuto il coraggio di rivolgersi la parola.
Una sera di primavera Jacques è particolarmente depresso, così se ne resta in casa a fumare la pipa fino a riempire di fumo tutta la stanza. Quella stessa sera Francine sta rincasando quando, arrivata al piano, un colpo di vento le spegne la candela. Non le va di scendere cinque piani e risalire per riaccenderla nell'androne, così, un po' per pigrizia e un po' per curiosità, decide di bussare alla porta di Jacques per chiedergli il favore di farle riaccendere il moccolo.
Il ragazzo le apre, ma il fumo è tanto che non appena Francine entra in casa sua sviene. Jacques la soccorre, spalanca la finestra per far uscire il fumo, e un colpo di vento spegne anche la sua candela. Le chiavi di casa di Francine sono cadute in terra e i due le cercano a tentoni, le loro mani s'incontrano e i due cominciano a parlarsi. Scatta il colpo di fulmine. Francine spinge le chiavi sotto un mobile: non ha nessuna voglia di ritrovarle.
L'amore tra loro sboccia immediato e appassionato.
Però Francine è tisica, e il medico (che è anche caro amico di Jacques) non le ha dato più di sei mesi di vita. Se ne andrà in autunno, quando cadranno le foglie.
Jacques fa di tutto per Francine, abbandona il circolo dei Bevitori d'Acqua (che non approverebbe il suo comportamento) e accetta lavori anche umili pur di procurare le medicine per curare Francine. Ma lei non vuole sentir parlare di malattia, vuole vivere allegramente quel che le resta donando tutto il suo amore a Jacques, che è il suo primo e unico amore, e getta le medicine fuori dalla finestra sapendo che non potranno aiutarla. Finché può, cerca di rendere felice più che mai il suo uomo.
Ma poi arriva l'autunno, e la fine è vicina.
Francine ha freddo, chiede un manicotto per quando farà più freddo e Jacques glielo procura.
L'ultimo giorno Francine sa che ormai è alla fine e chiede al dottore un medicinale che la tenga su per donare a Jacques un'ultima notte d'amore. Il giorno dopo Francine muore, e Jacques fatica a rassegnarsi.
Prima che la ragazza venga sepolta Jacques, aiutato dal suo amico medico, prende un calco in gesso di Francine e lei, per un istante, a causa del calore del gesso fuso, pare ancora viva. Ma è un'illusione.
Jacques si dà da fare per guadagnare tanto da dare a Francine una bella tomba, e intanto si mette al lavoro per modellare una statua d'angelo che abbia il volto di Francine, da collocare sulla sua tomba. È molto bravo, e non fatica a trovare nuove commissioni, anche se si tratta di cose commerciali che i puristi Bevitori d'Acqua non approverebbero. La gente comincia ad apprezzarlo, ma lui si dedica solo al lavoro e alla statua dell'angelo. Non può dimenticare la sua Francine.
Passa il tempo, è di nuovo primavera, sulla tomba di Francine sono sbocciati bellissimi fiori e Jacques lo prende come un segno dalla sua amata. Un segnale che voglia incoraggiarlo a vivere. Rodolfo gli suggerisce che è tempo d'innamorarsi di nuovo e Jacques desidera solo un'altra donna uguale a Francine.
A una festa di paese conosce Maria, che somiglia molto a Francine. La corteggia e i due diventano amanti. Ma Jacques si comporta in maniera strana, le regala un abito nero e pretende che lei lo porti sempre. E un giorno in cui lei si veste di rosa, Jacques si arrabbia, perché lui si illude di poter amare ancora Francine attraverso Maria, fingendo che la seconda sia ancora la prima. Ma le cose non così non funzionano mai. Qualcuno fa capire a Maria la verità: Jacques le sta facendo portare il lutto per Francine. La ragazza si offende e abbandona lo scultore. Per lui è la fine.
L'esaurimento lo porta ben presto all'ospedale, dove continua a lavorare al bozzetto della statua di Francine. Quando le forze lo abbandonano lui si rende conto che non potrà mai terminare la statua in marmo, ma dona quella in gesso alla cappella dell'ospedale. Il ragazzo infine muore e il padre, che non ha mai approvato la sua scelta di darsi all'arte, lesina perfino sul funerale. Jacques viene seppellito chissà dove in una fossa comune.
Il capitolo è spesso interrotto dai commenti dei lettori che si lamentano perché questa storia non fa per niente ridere. Ma l'autore li ammonisce: la bohème non può esser sempre divertente!

Capitolo 19 – I capricci di Musette

È il giorno successivo a quello in cui Marcello ha venduto il quadro, il celebre Passaggio del Mar Rosso. La sera prima assieme ai 150 franchi il rigattiere Medici ha anche offerto loro una lauta cena con abbondanti libagioni, e i quattro amici hanno a tal punto alzato il gomito che risvegliandosi adesso, a ora di pranzo, hanno completamente dimenticato gli eventi della serata e sono ancora convinti di non avere il becco d'un quattrino come il giorno precedente.
Ma quando Schaunard infila una mano nella tasca del soprabito e vi trova un'aragosta viva (frutto di un'incursione nelle cucine del ristorante la sera prima) e Marcello trova nelle proprie tasche i 150 franchi, tutto torna alla memoria. I quattro amici decidono di festeggiare immediatamente la loro inaspettata fortuna ordinando da mangiare e bere in abbondanza e acquistando carbone per il camino, che non vede fuoco da tempo.
In quella Marcello ritrova accidentalmente un vecchio biglietto scrittogli tempo prima da Musette. Povera cara: quanto freddo ha patito a causa sua! Nostalgico della sua bella (attualmente sono tutti da soli tranne Colline, la cui amante è una sartina destinata a rimanere perennemente nell'anonimato), Marcello le scrive una lettera in cui la invita a raggiungerlo per godere con lui dell'insolita fortuna e del festino di cibi e calore che questa fornisce: faccia con comodo, i quattro contano di non alzarsi da tavola per almeno una settimana!
Marcello consegna la lettera da portare a Musette al portinaio, pagandolo per il servizio. Questo, nel vedere che il pittore sembra avere parecchi soldi, corre ad avvisare il padrone di casa, che attende il pagamento di tre mesi d'affitto arretrati.
Musette non è sola, è a una festa assieme al suo nuovo, ricco amante, Maurizio. Ma nel leggere la lettera di Marcello decide di raggiungerlo subito, nonostante il suo uomo ne sia assai contrariato. Ma si sa, Musette ama solo Marcello ed è sempre pronta a raggiungerlo quando lui la chiama. Se solo fosse ricco rimarrebbe con lui, e gli altri devono farsene una ragione.
Lungo il cammino, però, comincia a nevicare e Musette decide di fermarsi a scaldarsi un attimo dalla sua amica Sidonie, in casa della quale si sta svolgendo una festa.
Intanto il festino dei quattro bohemien va avanti, mentre Marcello, trepido, è in continua attesa dell'arrivo di Musette, e gli altri non si spiegano il suo strano nervosismo. Qualcuno in effetti arriva, ma è il padrone di casa che pretende i suoi soldi. Marcello finge di volerglieli dare, anzi, intende pagare anche in anticipo i tre mesi seguenti. Gli mostra il denaro e intanto gli offre da bere, lo fa ubriacare al punto che quello diventa loquace, racconta barzellette sconce e confessa di avere un'amante, Eufemia, che mantiene e alla quale paga un appartamento ammobiliato. Mostra perfino loro una lettera appassionata scrittagli dalla ragazza. Quale non è la sorpresa di Schaunard quando scopre che questa Eufemia non è altri che la sua Femia!
Marcello si finge scandalizzato e perciò si rifiuta di pagargli l'affitto. Poco dopo arriva la cameriera del padrone di casa, inviata dalla moglie a vedere che fine abbia fatto il marito, e lo trova totalmente ubriaco intento a fare discorsi insensati a delle bottiglie vuote. Mentre lei lo aiuta a tornare a casa (il pover'uomo non si regge in piedi) Marcello e gli altri le spiegano che è piombato in casa loro già sbronzo e che ha cominciato a cianciare dicendo di volergli consegnare la ricevuta di sei mesi d'affitto (la ricevuta in effetti era già stata preparata) anche quando Marcello gli aveva detto di non aver denaro.
L'indomani il padrone vorrà sicuramente i suoi soldi, ma ormai i quattro sanno tutto di Femia, e di sicuro a lui non farebbe piacere che la moglie venisse a sapere che ha un'amante...
Ormai è notte; stanchi, satolli e ubriachi i quattro si addormentano. Marcello crede che Musette non abbia ancora ricevuto la sua lettera ma le arriverà sicuramente l'indomani, e chiude gli occhi pensando a lei. La ragazza intanto sta lasciando la festa di Sidonie assieme a Serafino, un bel ragazzo che ancora non conosce le arti amatorie... ma sta per apprenderle.
Passano cinque giorni e i soldi di Marcello finiscono. I quattro bohemien devono rassegnarsi a un misero fuocherello e a un'umile pasto a base di aringhe, patate e formaggio. In quella arriva, finalmente, Musette e si getta tra le braccia di Marcello. C'era un così bel fuoco, prima, e adesso fa freddo: lei è arrivata troppo tardi.
Ma ci sono cinque sedie, e una, sostiene Rodolfo, è così brutta che è meglio bruciarla. Il fuoco si rianima e i tre amici si allontanano per lasciare da soli i due amanti. Musette avrà almeno un giorno ancora da trascorrere col suo Marcello. Ventiquattr'ore dopo è già andata via, torna da Maurizio al quale spiega che la sua vita è come una canzone: ogni amante è una strofa, ma Marcello ne è l'unico, costante ritornello.

Capitolo 20 – Mimì ha delle piume

Dopo quasi due anni d'amore Mimì ha di nuovo lasciato Rodolfo e adesso sta col viscontino Paolo. Vive nel lusso, ormai, è sempre elegantissima e porta abiti sfarzosi e preziosi. Ed è così che la incontra Marcello, che le fa notare con pungente sarcasmo quant'è cambiata. Ma lei si giustifica: è stato Rodolfo a lasciarla sostenendo di non amarla più.
Lei ricorda bene l'ultima notte trascorsa insieme, con lui che appariva distrutto e non faceva che singhiozzare e mordere le lenzuola per impedirsi di gridare dal dolore, e lei che fingeva di dormire per resistere all'impulso di baciarlo e ricominciare tutto daccapo.
Rodolfo sta ancora soffrendo tanto? Mimì è ansiosa di saperlo.
No, in realtà sta benissimo. Marcello le spiega che già il giorno dopo la loro separazione Rodolfo appariva perfettamente calmo, e non era una calma ostentata ma reale. Era come se avendo pianto tutte le sue lacrime avesse ormai esaurito anche l'amore per Mimì, e adesso l'ha completamente dimenticata.
Mimì appare assai contrariata da questa notizia, ma è convinta che si tratti di una calma apparente.
Pochi giorni dopo Rodolfo è già innamorato di un'altra. Una bionda conosciuta a una festa in casa sua (il funerale del suo cuore, così l'ha chiamata) due giorni dopo la separazione con Mimì.
Anche a lui pare strano, ma sostiene di non riuscire più neanche a ricordare i lineamenti o la voce di Mimì, proprio lui che ha sempre avuto una memoria di ferro. Questo perché, ne parla con un suo amico poeta, gli artisti tendono a idealizzare la donna amata, e spesso quella che amano in realtà non è la vera donna, bensì l'idea che si fanno di loro, le illusioni che proiettano su di lei. E quando la donna amata se ne va è sufficiente proiettare quelle chimere su un'altra: in fondo è la chimera che loro amano, non la donna.
Quando viene a sapere della nuova fiamma del poeta, Mimì finge indifferenza: che gliene importa? Tanto lei Rodolfo non l'ha mai amato!
Ma Marcello non è d'accordo: anche se non lo sa, qualche volta lei ha davvero amato Rodolfo.

Capitolo 21 – Romeo e Giulietta

Una sera di novembre vede un Rodolfo straordinariamente elegante che attende una carrozza tra i viali di Parigi. È talmente raffinato, pulito e bello che tutte le donne si voltano ad ammirarlo e perfino Colline stenta a riconoscerlo. Eppure quel figurino che pare uno dei modelli illustrati sulla Sciarpa d'Iride è proprio il suo amico poeta. La sorpresa del filosofo è tale che impiega parecchio tempo a notare i dettagli più strani dell'abbigliamento di Rodolfo. Infatti il giovane porta tra le mani una scala di corde e una gabbia in cui svolazza un piccione.
Questo è troppo, Colline arde dalla curiosità e perciò Rodolfo acconsente a dargli spiegazioni invitandolo al caffè.
Rodolfo non dà spiegazioni sull'eleganza né sulle tasche piene di denaro, spiega però i motivi della scala e del volatile. Ha scoperto che la sua nuova fiamma si chiama Giulietta e perciò ha deciso di giocare con lei a Romeo e Giulietta. La scala di corda gli servirà per arrampicarsi fino al suo balcone, e il piccione dovrà sostituire l'usignolo che svegliò i due sventurati amanti (purtroppo non ha trovato un vero usignolo, ma il rivenditore gli ha garantito che anche il piccione si sveglierà cantando di prima mattina).
Il fatto che questa Giulietta abiti a un piano ammezzato rovina un po' l'effetto dell'arrampicata (la scala appare assolutamente inutile: per raggiungere il balcone basta un salto), ma Rodolfo, anzi, Romeo, non si perde d'animo e va avanti con la sua pantomima.
Il mattino dopo alle cinque il piccione comincia a gracchiare sorprendendo i due amanti che sono a letto ma non stanno dormendo. Dannata bestiaccia, è regolata male. Doveva cantare non prima di mezzogiorno!
Giulietta però si alza lo stesso, in barba alla scena patetica alla quale secondo programma dovrebbe abbandonarsi, perché ha fame. E così pure il suo Romeo. Cercano del cibo in casa ma trovano solo cipolle, lardo, burro e pane. E il piccione continua a cantare più irritante e fastidioso che mai.
Romeo guarda Giulietta, Giulietta guarda Romeo ed entrambi guardano il piccione, che gracchia ignaro del destino che l'attende.
Poco dopo il volatile non canta più, e Romeo e Giulietta sono intenti a mangiare piccione rosolato con lardo e cipolle. Nei loro occhi c'è una lacrima... ma è dovuta solo alle cipolle!

Capitolo 22 – Epilogo degli amori di Rodolfo e Mimì

L'amore tra Rodolfo e Giulietta è destinato a vita breve. Ben presto la ragazza si rende conto che lui ama ancora Mimì e che lei è solo un diversivo per dimenticarla. Perciò ben presto abbandona il poeta per dedicarsi ad altri e Rodolfo ricade in uno stato malinconico, nostalgico com'è della sua amata.
Il tempo placa un po' il dolore e un giorno Rodolfo si sorprende a essere di nuovo capace di scrivere, cosa che non riusciva più a fare da molto tempo. Compone perciò un poema dedicato al suo morto amore per Mimì, e il poema viene pubblicato su una rivista.
Mimì lo vede e desidera acquistare la rivista, ma il visconte Paolo, geloso, si rifiuta di comprargliela. Lei perciò decide di farlo con soldi propri, va a lavorare per due giorni come fioraia, compra la rivista, impara a memoria la poesia e prende a recitarla spesso, irritando non poco il visconte.
È il 24 dicembre e tutta Parigi si appresta a celebrare la vigilia di Natale con cenoni degni di tale nome. Tutti tranne Rodolfo e Marcello. I due amici adesso vivono insieme in un bilocale e, tanto per cambiare, sono al verde. Marcello riesce a farsi prestare un po' di denaro da un conoscente giocatore d'azzardo e i due riescono a procurarsi non la gloriosa oca farcita adocchiata in rosticceria, ma almeno pane, vino, un po' di salumi, tabacco, candele e legna per il camino.
Però una volta a casa nessuno di loro riesce a toccare cibo, sono troppo presi dalla malinconia e dai ricordi delle rispettive ex amanti. Ma Marcello non ne può più. È stanco di quella malinconia e di quella vita da parassita che non gli permette di essere indipendente ma lo costringe a fare affidamento sulla fortuna e sulla pietà di gente che spesso neppure rispetta. È ora di cambiare, dice, di porsi delle mete prima di arrivare ai trent'anni e rendersi conto di non aver realizzato nulla nella vita. Non si può vivere da giovani spensierati per sempre. E poi chi l'ha detto che non si possa fare arte (e farla bene) anche con la pancia piena, i piedi caldi e il portafogli ben rifornito?
Perciò Marcello decide di dare immediatamente una svolta alla sua vita, per prima cosa prendendo coscienza del fatto che con Musette è davvero finita. Brucia tutti i ricordi che gli rimangono della ragazza e incoraggia Rodolfo a fare altrettanto coi ricordi di Mimì. Però ognuno di loro salva, nostalgicamente, un oggetto: Marcello un bouquet di violette, ormai secco, che Musette portava alla cintura e Rodolfo nasconde la cuffietta da notte di Mimì.
Proprio in quel momento qualcuno bussa alla porta: è Mimì. Ma quant'è cambiata! È sciupata, smagrita, sembra lo spettro di se stessa. È venuta a chiedere ospitalità perché ha appena ricevuto lo sfratto e non sa dove andare. Ma come, e il visconte? Oh, lui l'ha abbandonata due mesi prima, geloso e arrabbiato a causa della poesia di Rodolfo, ma a lei non importa: non aveva mai amato il visconte. Da allora Mimì non ha avuto più amanti, è sempre vissuta da sola lavorando come fioraia e modella per pittori (ma non posa nuda, è modella solo per la testa e per le mani). Ma le cose vanno male, i soldi scarseggiano e lei è allo stremo, tanto che fatica anche a reggersi in piedi.
Marcello e Rodolfo decidono di dividere con lei la cena e la ospitano in casa cedendole la stanza di Rodolfo, che invece dormirà con Marcello.
Il poeta è parecchio turbato dallo stato della ragazza, e decide di non raggiungerla in camera per rappacificarsi con lei, come gli suggerisce di fare l'amico.
Il mattino dopo però Rodolfo non è più nel suo letto e Marcello capisce che nottetempo ha raggiunto Mimì. Ma le cose non stanno come pensa lui all'inizio. È stata una notte assai triste per Rodolfo e Mimì, che non hanno fatto che piangere e ricordare i bei tempi felici ma ormai passati per sempre. Rodolfo ha dormito seduto su una sedia con la testa sul cuscino di Mimì, e la ragazza probabilmente non ha dormito affatto.
Perché Mimì è malata, ed è molto grave. La vita di stenti degli ultimi due mesi hanno minato la sua salute; la fame, il freddo e un tentato suicidio mediante veleno l'hanno devastata. Sa che le resta poco da vivere, e il dottore chiamato al suo capezzale (amico di Rodolfo, lo stesso che aveva curato Francine) conferma l'infausta diagnosi. Mimì ha poche speranze di cavarsela, e le ha solo venendo ricoverata in sanatorio. Per aiutarla raggranellando un po' di denaro Schaunard vende i suoi indumenti pesanti e Colline alcuni dei suoi libri (avrebbe preferito vendersi piuttosto una gamba o un braccio, peccato che nessuno volesse quegli articoli!), la ragazza trascorre un'ultima serata di “festa” in casa di Marcello e Rodolfo assieme ai suoi amici sforzandosi di essere allegra. Quel che più la rattrista è dover perdere Rodolfo proprio ora che si è resa conto di amarlo davvero, e si rammarica di non essere stata in grado di afferrare la felicità con lui quando l'ha avuta a portata di mano.
Il giorno dopo viene ricoverata in sanatorio, allora comprende che da lì non ne uscirà mai viva e la sua disperazione è straziante.
I giorni di visita sono la domenica e il giovedì, e Rodolfo va a trovarla quando può. Un giorno però riceve un telegramma dal suo amico medico: Mimì è morta. Rodolfo prova una vaga malinconia ma, con sua grande sorpresa, non è devastato dal dolore come si aspetterebbe. Allora è vero, il suo amore per Mimì è davvero esaurito!
Otto giorni dopo, però, incontra in strada l'amico medico che gli dice che c'è stato un errore. Lui era stato assente dall'ospedale per qualche giorno e intanto Mimì era stata spostata in un altro reparto. Insomma, la morta era un'altra e Mimì è ancora viva. Perciò al seguente giorno di visita Rodolfo si precipita in ospedale, ma gli viene incontro l'amico medico: faccia conto che il telegramma era vero, perché Mimì è morta effettivamente qualche ora prima. E siccome nessuno ne ha reclamato il corpo è stata portata via per essere sepolta in una fossa comune. Rodolfo non potrà più neppure dirle addio.

Capitolo 23 – La giovinezza non ha che un tempo

È trascorso un anno da quel fatidico Natale e tutto è cambiato fra i quattro amici del Cenacolo della Bohème. Marcello è finalmente riuscito a far accettare due suoi quadri al Louvre e si sta affermando come pittore, per cui ha saldato i debiti e ora ha una casa e delle rendite regolari. I lavori letterari di Rodolfo stanno acquistando una certa notorietà e anche le sue condizioni economiche sono fiorite, Schaunard ha composto canzoni di successo e ora è un acclamato compositore e Colline ha ricevuto una ricca eredità e ha contratto un matrimonio vantaggioso, perciò anche per lui le cose si sono messe bene. Insomma, adesso sono tutti e quattro “sistemati” e i problemi economici e la vita da scapestrati sono solo un ricordo del passato.
Un giorno Marcello si presenta in casa di Rodolfo per raccontargli una novità sensazionale: il giorno prima ha rivisto Musette. La ragazza sta per sposarsi, col direttore di un ufficio postale.
Ma prima di convolare a nozze ha deciso di trascorrere un'ultima settimana da bohème, e fra le cose che voleva fare era stare per l'ultima volta con Marcello.
I due avevano trascorso insieme la notte precedente, ma con loro grande sorpresa si erano resi conto che non c'era più passione né attrazione: insomma, il loro amore è veramente finito, e stavolta per sempre.
Rodolfo e Marcello vanno assieme al ristorante, ormai non hanno più problemi a permettersi simili lussi. La giovinezza è finita per loro, ma adesso almeno la vita è più comoda.

FINE

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lunedì, dicembre 27, 2010

La principessa Brambilla

La principessa Brambilla - di E.T.A. Hoffmann

1) Siamo a Roma, tra fine Settecento e i primi dell'Ottocento, durante il carnevale. Giacinta Soardi sta finendo di cucire un abito bellissimo che però non è per lei, perché lei è una giovane sarta e fare abiti per altri è il suo mestiere. Il suo datore di lavoro, il sarto mastro Bescapé, le ha commissionato quel vestito stupendo destinato a una principessa o a una gran dama, un abito rosso di seta pesante decorato con gemme e pietre preziose. Giacinta è triste perché lei invece per il carnevale dovrà accontentarsi del costume dell'anno prima e non potrà mai permettersi un vestito bello e regale come quello che sta cucendo, anche perché il suo fidanzato, Giglio Fava, è un attore da quattro soldi che non naviga certo nell'oro e non può offrirle più di tanto. La vecchia Beatrice, la sua governante, cerca di tirarla su di morale ricordandole quant'è giovane e graziosa, ma con scarso successo. Giacinta, presa dallo sconforto, si punge un dito con l'ago e delle gocce di sangue cadono sul vestito. Presa dal panico, Beatrice controlla da vicino l'abito con una lampada e finisce con lo schizzarci su anche dell'olio. Ma osservando per bene, alla luce, il vestito appare privo di macchie e Giacinta non resiste alla tentazione, così si prova il vestito e scopre che le sta alla perfezione come se fosse stato cucito su misura per lei. Arriva Giglio, e resta ammutolito davanti alla bellezza di Giacinta. Intanto lo conosciamo come attore scadente ma molto presuntuoso e vanesio. Lui è un “primo amoroso”, recita cioè le parti del giovane protagonista, eroe di tante tragedie manierate e patetiche alla moda, tutte scritte dall'Abate Chiari, maestro in quest'arte. Indossa abiti da principe, che in realtà sono costumi di scena, stinti e malandati, però lui si sente affascinante e splendente quasi fossero vere vesti regali. Nel vedere Giacinta abbigliata come una principessa, Giglio erompe in un lungo monologo di lodi (perché lui non riesce a smettere di recitare, neppure nella vita di tutti i giorni) che ha il solo risultato di far infuriare la ragazza: dunque lui la ammira solo per i bei vestiti e non per lei stessa? Il giovane cerca di discolparsi. Il motivo per cui è tanto stupito nel vederla così abbigliata è che proprio quella notte lui ha fatto uno strano sogno in cui, tra varie maschere della commedia dell'arte quali Pulcinella e Truffaldino, gli compariva una bellissima principessa che portava un abito identico a quello. Giacinta s'infuria ulteriormente: e così lui osa sognare altre donne? Giglio supplica e si prostra e alla fine riesce a farsi perdonare, ma poi la sua boria ha il sopravvento. Può ben capire, dice, che Giacinta sia tanto gelosa, dal momento che un attore come lui è una vera tentazione per ogni fanciulla di Roma, le donne, sostiene Giglio, gli cascano ai piedi a frotte e perfino una principessa orientale di recente ha perso la testa per lui. Questa è la goccia che fa traboccare il vaso, Giacinta, decisamente furibonda, lo manda via in malo modo dicendogli di andarsene dalla sua principessa, e anche Beatrice non può far altro che consigliargli di non farsi vedere per un po', perlomeno fino a che a Giacinta non sarà passato il malumore (e qui c'è un discorso sulle “smorfie”, i capricci e i bronci stizzosi di tante giovani fanciulle italiane che risultano estremamente affascinanti per certi uomini e assolutamente incomprensibili per altri, specie se stranieri).
Giglio si allontana con la coda tra le gambe, ma l'autore ci avverte di essere comprensivi con lui: se è d'animo tanto esaltato è perché proprio quel giorno gli è capitata un'avventura straordinaria e perciò anche adesso non può smettere di sognare a occhi aperti. Era in via Condotti ad ascoltare il celebre ciarlatano signor Celionati, che vendeva le sue solite pozioni miracolose, quando era arrivato un portentoso corteo che aveva lasciato gli astanti a bocca aperta. In questo corteo c'era di tutto: unicorni, musici, paggi con corpetti di piume, dame velate che facevano il tombolo in groppa a muli bianchi come la neve, struzzi che trainavano un tulipano d'oro al centro del quale sedeva un venerabile vecchio dalla lunga barba bianca che leggeva da un gran libro, e più di tutti una carrozza tutta di specchi, in cima alla quale sedeva un delizioso, piccolo Pulcinella, e bastava guardarla perché la gente, vedendosi riflessa in quella carrozza, pensasse di esservi seduta dentro e cominciasse a darsi arie da re o da regina. Il corteo si era diretto verso Piazza Navona, poi era entrato e sparito all'interno di Palazzo Pistoia. A quel punto Celionati aveva cercato di spiegare al buon popolo cos'era quella cosa fantastica che aveva appena visto. Si trattava nientemeno che del corteo della bellissima principessa orientale Brambilla, che era ospite con tutto il suo seguito del principe Bastianello da Pistoia, proprietario del palazzo e noto al pubblico romano per le sue frequenti facezie e per la sua saggezza magica. Brambilla, continua Celionati, è a Roma per ritrovare il suo fidanzato, il principe assiro Cornelio Chiapperi. Cornelio era andato a Roma per farsi cavare un dente proprio da Celionati ma una volta nell'Urbe aveva perso sé stesso facendo smarrire le proprie tracce. Per questo la principessa Brambilla offriva una lauta ricompensa a chiunque sapesse fornirle indizi per ritrovare l'amato bene. Detto questo, il buon ciarlatano aveva preso a vendere riproduzioni del dente estirpato al principe nonché occhiali speciali per riuscire a riconoscerlo tra la folla. Una volta allontanata la gente, Celionati aveva avvicinato Giglio, comprendendo che il giovane era rimasto particolarmente turbato dalla visione del corteo, e soprattutto dal pensiero della bellissima Brambilla, e gli aveva offerto gli occhiali speciali, grazie ai quali l'attore era stato in grado di lanciare un'occhiata all'interno di Palazzo Pistoia. Era chiaro che ormai il ragazzo non desiderava altro che incontrare la principessa Brambilla, e per farlo Celionati gli aveva consigliato di presentarsi l'indomani sul Corso con indosso l'abito più stravagante che riuscisse a immaginare: solo così avrebbe potuto farsi riconoscere dalla principessa.
E l'indomani effettivamente Giglio si abbiglia da maschera ridicola e stravagante per prepararsi all'incontro con la principessa, ma la sua vanità ha il sopravvento: lui ha bellissime gambe e gli secca nasconderle sotto pantaloni sformati e brutti, così si veste da buffone solo fino alla cintola, poi mette pantaloni attillati e calze e scarpe che mettano in evidenza i suoi bei polpacci, quindi se ne va sul Corso pronto alla sua conquista. O almeno così crede.
Tra la folla in costume da carnevale del Corso, Giglio corre su e giù alla ricerca di Brambilla, quando incontra una curiosa maschera, a metà tra Pantalone e Pulcinella, che lo riconosce come il principe Cornelio Chiapperi. Costui lo abbraccia festosamente e gli offre un sorso di cordiale preso da una piccola damigiana che porta al fianco. Come fa per aprire la bottiglia, da questa si sprigiona un vapore rosso che assume le sembianze eteree della bellissima Brambilla. Ma quando Giglio, preso da rapimento amoroso, le chiede di comparirgli in carne e ossa affinché lui possa abbracciarla, una voce lo insulta e gli dà dell'impostore, perché con quei calzoni e quelle calze da vanesio non può certo essere il vero Cornelio.
Giglio però non riesce a capire chi l'abbia insultato, perché questo si è già dileguato tra la folla e anche Pantalone e la sua damigiana sono stati inghiottiti dalla confusione.

2) A questo punto l'autore comincia a scusarsi col lettore se la sua storia fin qui può sembrare folle e priva di costrutto, però rammenta che ci sono momenti in cui i sogni e le visioni possono avere un tale potere nella nostra vita da farci dimenticare tutto, perfino le più banali regole della buona educazione. E questo sta succedendo adesso a Giglio: lui è così rapito dalla visione della principessa Brambilla che il cercarla e il sognarla è più importante delle necessità della vita reale. Al punto che anche quando è in scena spesso dimentica la sua parte e invece dei panegirici che dovrebbe declamare si infervora in descrizioni della sua amata, tanto che alla fine l'impresario del teatro dove lavora si stufa e lo licenzia su due piedi. Dapprima Giglio non se ne cura, ma pochi giorni dopo, quando si trova affamato e senza più un soldo, le necessità della vita reale cominciano a prendere il sopravvento sulla sua visione eterea. Per prima cosa, se la prende con Celionati: è stato lui a ficcargli in testa l'idea che la principessa Brambilla potesse ricambiare il suo amore, perciò è tutta colpa sua.
Poi si ricorda di Giacinta, la sua dolce fidanzata che lui ha tanto ingiustamente abbandonato per inseguire un sogno. Preso da rimorso, si precipita da lei, ma a casa di Giacinta non c'è nessuno. Giglio piange e si dispera, e quando il signor Pasquale, padrone di casa di Giacinta, arriva a vedere cos'è capitato e gli dice che la ragazza non abita più lì, Giglio è preso da una furia cieca e aggredisce il signor Pasquale per farsi dire dov'è adesso Giacinta. Il signor Pasquale non glielo dice, ma chiama aiuto e un servitore arriva a gettare in strada il povero Giglio.
Il povero attore, senza più saper che fare, vaga per le vie e per forza d'abitudine si reca al Teatro Argentina, dove aveva lavorato fino a pochi giorni prima. Qui scopre che l'impresario ha abbandonato le tragedie alla moda, che non gli fruttavano più, ma ha preso a dare rappresentazioni comiche, molto più redditizie. Giglio s'illude che le tragedie non rendano più a causa della sua scomparsa dalle scene e l'impresario non nega, ma neanche conferma. Però gli regala un biglietto per la rappresentazione del giorno. Mentre attende che cominci, il ragazzo vaga tra il pubblico e origlia una conversazione tra due spettatori che parlano di lui. Uno lo denigra senza mezzi termini per la sua recitazione ridicola e ostentata, l'altro gli concede delle attenuanti. Ormai, dice, tutti sanno che Giglio è impazzito per amore della principessa Brambilla, ma Giglio non sa che lei non lo ha abbandonato e che, anzi, proprio ora gli ha infilato in tasca un borsellino pieno di ducati d'oro. I due spettatori scompaiono tra la folla e Giglio automaticamente si mette una mano in tasca, e vi trova un borsellino pieno di tintinnanti ducati d'oro. Si sente improvvisamente come un burattino manovrato da altri, da forze che non conosce, ma poi pensa che si tratti di un trucco di Celionati, che probabilmente si sente in colpa per avergli fatto perdere il lavoro. Contento per essere riuscito a riportare il tutto su un piano razionale, Giglio si appresta a seguire la pantomima comica, che altro non è che una delle solite avventure di Arlecchino e Colombina, che però si conclude con un corteo identico a quello visto in via Condotti. Turbato, Giglio si reca in un caffè per mangiare finalmente un piatto di maccheroni al dente e si accorge che sul borsellino c'è ricamata la frase “non dimenticare la tua immagine eterea”, quando incontra un Ballanzone che gli dà del traditore: è la vecchia Beatrice, in maschera, che gli racconta di come la povera Giacinta sia stata arrestata perché mastro Bescapé l'ha denunciata per aver macchiato di sangue il vestito che avrebbe dovuto cucire per la principessa Brambilla. È mezzanotte, ma Giglio non perde tempo e decide di correre da mastro Bescapé per pagare, coi ducati che ha in tasca, il vestito rovinato e liberare Giacinta. Però nella sua foga ha dimenticato di chiedere a Beatrice dove trovare Bescapé.
Lo cerca disperatamente per le vie di Roma, urlando come un forsennato, e lo trova, ma viene preso per matto dal sarto e sottoposto a salasso, finché non sviene. Nel deliquio sente la principessa Brambilla che gli parla con dolci parole. Il mattino dopo si risveglia in casa del sarto e chiede spiegazioni a Bescapé: perché ha fatto imprigionare Giacinta solo perché ha macchiato, anzi, santificato l'abito col suo sangue? Ma Bescapé è ignaro di tutto: non sa nulla di macchie, di prigioni, ancor di più, lui non ha mai commissionato a Giacinta un abito del genere! Evidentemente Beatrice l'ha solo preso in giro.
Giglio si allontana sempre più confuso. E incontra Celionati, che gli svela come lui quella notte abbia dormito sotto lo stesso tetto della sua amata. Giglio alza lo sguardo e vede Giacinta affacciarsi alla finestra di casa Bescapé. È ancora arrabbiata, e Giglio pensa che le passerà. Ma Celionati dice di no: così come lui è andato dietro alla principessa Brambilla, anche Giacinta ha un suo pretendente: un principe bello e imponente che le fa la corte.
Giglio sulle prime s'infuria, se ne va via di malumore, poi sul Corso incontra alcuni amici e prende a gozzovigliare con loro. Abbandonandosi alla baldoria decide di completare il suo costume carnevalesco, va a cambiarsi indossando un costume decisamente ridicolo, e torna sul Corso. Ma nei pressi di Palazzo Pistoia incontra Giacinta, o meglio, una deliziosa fanciulla abbigliata con lo splendido vestito rosso con cui aveva visto Giacinta. Cerca subito di fare il galletto (dimenticando l'abito ridicolo che porta) per attirare la sua attenzione, ma la donna lo tratta con disprezzo.
Giglio comincia seriamente a pensare d'esser pazzo. Però in quel momento giunge un corteo festante di gente in maschera e Giglio si unisce a loro, sperando di ritrovare la maschera con la damigiana che gli aveva fatto intravvedere la principessa Brambilla.

3) Ci troviamo al Caffè Greco e Celionati sta parlando con alcuni studenti tedeschi della differenza tra umorismo italiano, esagerato e roboante, e umorismo tedesco, molto più controllato e metaforico, ma alla fine il ciarlatano s'infuria reputando i giovani incapaci di riconoscere la verità. Lui stesso afferma di trovarsi in realtà altrove. Gli studenti, intuendo che sta per scapparci un racconto, lo incitano a continuare, e Celionati racconta la storia di Re Ofioch e della regina Liris così come l'ha sentita dal suo amico, il negromante Ruffiamonte.
Tanto tempo fa nel prospero regno di Urdar regnava il re Ofioch, che però era tanto malinconico e questa sua malinconia gravava su tutto il regno. Nessuno ne capiva niente, men che meno i ministri, che pensarono di curare il re dandogli una sposina buona, bella e allegra. La trovarono nella principessa Liris, figlia di un re vicino. La principessa Liris, al contrario del re Ofioch, era sempre allegra, ma d'una allegria fasulla di cui nessuno riusciva a capire la causa. Qualunque cosa capitasse, lei rideva sempre, come se non vedesse nulla di quel che le succedeva davanti agli occhi. Le nozze vennero celebrate, ma non portarono i miglioramenti sperati, il re era sempre più cupo e la regina non faceva che fare merletti al tombolo con le sue dame ridendo e irritando oltremodo il consorte. Un giorno, mentre era a caccia, re Ofioch per errore colpì con la sua freccia il mago Ermodio, che era in cima a un'alta torre nel fitto di un bosco e immerso in un sonno millenario. Il re pensò d'essere spacciato, ma invece Ermodio lo ringraziò per averlo destato dal lungo sonno. Disse che finalmente sarebbe tornato nell'Atlantide, ma che dopo tredici lune gli avrebbe lasciato un dono che avrebbe reso felice lui e la regina Liris: un cristallo. Perché il pensiero uccide l'intuizione, ma l'intuizione sarebbe tornata a splendere come figlia del pensiero. Re Ofioch però non ne trasse alcun giovamento e, più cupo e mesto che mai, fece iscrivere su una lapide la frase “il pensiero distrugge l'intuizione” e si mise a contemplarla meditandoci su notte e giorno. Un giorno la regina Liris capitò nella stanza dove re Ofioch meditava e, vista la lapide, smise di ridere e si sedette accanto a lui. Immediatamente i due regali consorti si addormentarono, ma il consiglio di stato riuscì a organizzare le cose in modo che nessuno si accorgesse che il monarca dormiva.
Tredici lune dopo, come aveva detto, il mago Ermodio tornò a Urdar con una stella scintillante che, fondendo gli spiriti elementali della terra, dell'aria, dell'acqua e del fuoco, trasformò in un meraviglioso specchio d'acqua. Il re e la regina si destarono, corsero alla fonte, vi si specchiarono e cominciarono a ridere. Non d'una risata vuota com'era stata quella di Liris, ma d'una risata schietta che è benessere interiore.
I due regali ammisero d'essersi persi in passato, ma ora si erano ritrovati. Tutti quelli che guardavano nella fonte se erano tristi e oppressi si rallegravano, se erano già allegri rimanevano uguali. L'acqua venne esaminata, me gli esperti dissero che era acqua normalissima senza alcuna proprietà, ma che poteva essere pericoloso vedersi specchiati a testa in giù perché poteva far perdere l'equilibrio. Alcuni esperti arrivarono addirittura a negare l'esistenza della fonte, ma re Ofioch e la regina Liris furono per sempre grati al mago Ermodio per quel dono.
Quando Celionati tace, gli studenti prendono quella storia per una favola, una metafora sul senso dell'umorismo, ma il ciarlatano s'offende affermando che è tutto vero, e che il vecchio nel tulipano alla parata altri non è che il mago Ermodio (ovvero Ruffiamonte) in persona.
Nel frattempo Giglio, che ha continuato a percorrere il Corso in cerca della principessa Brambilla, s'imbatte in due ballerini. Lui suona la chitarra e lei danza suonando le nacchere. Il ballerino è identico in tutto e per tutto a Giglio, qualcuno dice che la ballerina è la principessa Brambilla che danza col suo innamorato, il principe assiro Cornelio Chiapperi.

4) L'autore fa un elogio al sonno, ma soprattutto al sogno che allontana dai nostri petti gli affanni dell'opprimente realtà. Ed è solo così che può descrivere quel che prova Giglio allorché vede i due ballerini e scopre chi sono. E si ritrova come un famoso psicologo tedesco che, in stato d'ebrezza, ruzzola giù dalle scale e pensa che a cadere sia stato il suo segretario. Perciò Giglio pensa di essere il principe assiro Cornelio Chiapperi che suona la chitarra, e intanto fronteggia il suo Io. La principessa Brambilla è scomparsa, ma lui afferra la spada e colpisce la chitarra dell'altro. Nel capitombolo gli cadono gli occhiali, la gente lo riconosce ma lui scappa via e si ritrova davanti a Palazzo Pistoia. E qui incontra l'abate Chiari (che l'autore spaccia come un parente di quello vero, il drammaturgo nemico di Carlo Gozzi). Costui è un autore di tragedie (quelle solitamente recitate da Giglio) alla moda, affettate e pompose al punto d'essere involontariamente ridicole (cosa di cui lui, ovviamente, non è consapevole). L'abate si lamenta del fatto che l'impresario gli abbia preferito la commedia e la farsa, ma medita vendetta preparando un tregedione coi fiocchi: il Moro Bianco. Il protagonista ideale sarebbe proprio Giglio. Trascina perciò il ragazzo in casa propria per recitargliene i brani salienti, ma Giglio, che in passato si era esaltato per le opere di Chiari, improvvisamente se ne trova stufo e si addormenta. L'abate s'offende, ma poi ritiene che le mancanze di Giglio siano opera di un oscuro piano del principe Bastianello da Pistoia, uomo stravagante e portato alla burla, che per questo è sempre stato suo nemico. Tanto fa e tanto dice che riesce a convincere Giglio della bontà della sua tesi.
Il giovane, convinto d'aver ritrovato il senno, si mette in testa di studiarsi la parte per riavere il lavoro e ripresentarsi da Giacinta a testa alta. Il mattino seguente si veste al suo meglio e si reca da mastro Bescapé, dove aveva visto la fanciulla per l'ultima volta. Ma questo nega che la ragazza abbia mai alloggiato sotto il suo tetto. Perciò Giglio corre alla vecchia casa, e trova la vecchia Beatrice che ha appena fatto la spesa e vi si sta recando con sporte piene di provviste: sì, dice, Giacinta abita lì come sempre, anche se ancora per poco. Le due aspettano visite, ma Giglio può fermarsi per pranzo, a Giacinta farà piacere.
La sartina accoglie l'attore con un sorriso. Gli conferma che così come lui, da attore, è attraente per le fanciulle, così pure lei, da sartina, è allettante per i gentiluomini. E perciò ora c'è un gran principe che le fa la corte ed è intenzionato a sposarla, e che questo principe è prodigo nel farle doni (gli mostra un borsellino identico a quello che Giglio si era ritrovato in tasca, sempre pieno di ducati d'oro). Anche Giglio afferma di essere in procinto di sposare la principessa Brambilla, e perciò fra poco anche le sue fortune muteranno. I due chiacchierano affabilmente, senza provare rancore ma anzi, complimentandosi per le reciproche fortune. Giacinta afferma che l'ospite atteso era proprio Giglio, lui le racconta della nuova parte ottenuta nella tragedia dell'abate Chiari e i due pranzano insieme mangiando e bevendo allegramente, ricordando i bei tempi andati e sperando di buttarsi alle spalle le miserie patite. I due sperano di trovarsi in regni vicini, ma quello del principe di Giacinta è dalle parti di Bergamo e quello della principessa di Giglio è nelle vicinanze della Persia. Giglio e Giacinta decidono di spostare i rispettivi, futuri regni in zona Frascati, quindi si separano da buoni amici.

5) Giglio è ormai convinto d'aver riacquistato tutto il suo intelletto e pensa di saper bene quale sia la verità: ovvero che la bella principessa Brambilla sia innamorata di lui e voglia sposarlo, ma che il perfido Celionati si sia fatto beffe di lui scombinandogli i piani. Ma ora lui ha ritrovato il buonsenso, e sta anche per essere protagonista dell'ultima tragedia dell'abate Chiari. É evidente, pensa, che la principessa l'ha visto recitare e s'è invaghita di lui. Adesso spetta a lui la prossima mossa, andare da lei. Ma intende andarci in modo dignitoso, con un abito che si confaccia al suo rango di futuro principe. E perciò si reca da mastro Bescapé a reclamare l'abito più lussuoso che abbia.
All'inizio Bescapé non vuole vendergli l'abito, sostenendo che è stato fatto espressamente per il principe Cornelio Chiapperi, ma quando Giglio afferma d'essere lui quel principe, e a conferma di ciò gli sventola sotto il naso il borsellino carico di ducati, Bescapé non può più tirarsi indietro e gli cede l'abito, che è veramente sontuoso, carico com'èdi fronzoli e piume.
Giglio indossa il vestito e senza ulteriori indugi va a Palazzo Pistoia, i cui portoni magicamente si spalancano davanti a lui.
Al Palazzo non c'è nessuno ad accoglierlo e Giglio vaga per un po', finché non giunge in una grande sala dove il venerabile vecchio nel tulipano d'oro sta leggendo una storia per le dame che lavorano al tombolo. E lì si ferma ad ascoltare.
La storia è il seguito di quella del re Ofioch e della regina Liris. Quattro vecchi saggi andarono alla torre del mago Ermodio per risolvere un nuovo problema, perché un giorno il re si era alzato e aveva detto “Il momento in cui un uomo cade è quello in cui il suo vero Io s'innalza”, e lì era caduto ed era morto. E la regina Liris con lui. E i due erano morti senza dare discendenza, anche se il consiglio di stato era riuscito a far muovere i due monarchi come marionette in modo che nessuno si accorgesse che erano morti. La cosa grave era che ora la fonte di Urdar non rendeva più felici le persone, ma le faceva diventare irose. E un giorno, cosa anche più grave, il sostegno di re Ofioch si era rotto e tutti si erano accorti che lui era morto, perciò ora bisognava proprio trovare un successore. Il mago Ermodio aveva detto di attendere nove volte nove notti e dalla fonte sarebbe arrivata una nuova regina di Urdar. Loro attesero, e a quella data la fonte si prosciugò ma da lì nacque una deliziosa bimba, la principessa Mistilis. I saggi l'accudirono, ma quando fu in età da parlare lei cominciò a parlare una lingua sconosciuta. Disperati, i saggi tornarono da Ermodio che, furibondo, disse loro di cercare sotto una pietra nera nella camera dove dormirono gli augusti sposi, e che poi si sarebbe levato un uccello che avrebbe dovuto essere preso da reti tenui tessute da esili mani. I saggi accorsero nel luogo indicato, vi trovarono uno scrigno che consegnarono alla principessa Mistilis. Nello scrigno c'era l'occorrente per lavorare al tombolo, e la principessa cominciò subito a lavorarci, e per la prima volta disse frasi comprensibili. Ma subito dopo si irrigidì e cominciò a rimpicciolirsi fino a diventare una piccola bambola di porcellana. I ministri si disperarono, e tanto piansero che comparve il mago Ermodio. Costui spiegò che quello incontrato prima altri non era che il maligno, che aveva preso le sue sembianze e li aveva ingannati, me che con merletto tessuto da squisite mani femminili avrebbero davvero potuto catturare l'uccello variopinto sciogliendo l'incantesimo.
A questo punto il vecchio smette di leggere, ma le dame che stanno lavorando al tombolo si accorgono della presenza di Giglio. C'è un gran trambusto, ma alla fine un gran merletto viene gettato e Giglio, spaventato, viene catturato da quel merletto e rinchiuso in una gabbia, e la gabbia viene appesa in mezzo a una grande finestra da dove lui può guardare in strada. Però non c'è nessuno a cui chiedere aiuto perché sono tutti all'osteria.
Giglio urla e si dispera ma alla fine qualcuno lo sente: è Celionati. Questo gli spiega che, col vestito tutto piume che indossa, Giglio è stato scambiato per un uccello, e per la precisione per un pappagallo. Però lo aiuta a scappare. Giglio corre a casa, si strappa di dosso i vestiti appariscenti, si rimette la maschera da Pantalone e corre sul Corso. E qui incontra una bella ragazza che suona il tamburello e prende a danzare con lui.

6) Giglio e la ballerina danzano insieme, sempre più rapiti dall'ebrezza della musica. La ragazza ovviamente è la principessa Brambilla, e Giglio è preso da una tale estasi amorosa che a un certo punto gli pare di svenire tra le braccia della principessa. Però le braccia che lo accolgono quando lui infine cede sono quelle di Celionati.
Giglio si sente vagamente spossato e Celionati si offre di riaccompagnarlo a casa, a Palazzo Pistoia. Perché lui, ovviamente, è il principe Cornelio Chiapperi, ed è ancora vittima di strani disordini. I due vengono serviti da un piccolo Pulcinella, servitore del principe. Giglio lamenta che la sua principessa Brambilla si sia invaghita d'un rozzo commediante di nome Giglio Fava e medita vendetta. Celionati gli dà manforte. La scena si conclude con i due che pasteggiano e Giglio che promette di ammazzare Giglio.
La scena successiva si apre sul Corso, con l'apparizione di una curiosa maschera identica a quella indossata da Giglio la prima volta (cioè buffa fino alla cintola ed elegante per il resto), che s'imbatte in un curioso Brighella/Pantalone. I due si sfidano a singolar tenzone a colpi di spada di legno. La lotta è lunga e i due sono tanto eroici e cavallereschi che tra un assalto e l'altro si abbracciano fraternamente, ma alla fine Capitan Pantalone vince e ammazza Giglio, il cui cadavere viene portato in trionfo dalla folla festante.
Intanto la vecchia Beatrice ce l'ha a morte col Celionati che ha messo stambe idee in testa alla sua Giacinta. Figurarsi, che la ragazza sostiene che il principe assiro Cornelio Chiapperi la visiti quotidianamente trasformando la sua umile casetta in una reggia splendente, quando Beatrice non vede proprio nulla ed è convinta che non esista nessun principe.

7) Altra scena. Siamo al Caffè Greco. L'abate Chiari e l'impresario del Teatro Argentina avvicinano un giovane dignitoso che sta consumando il suo pasto in solitudine e si rivolgono a lui come a Giglio Fava, chiedendogli ragioni della sua scomparsa. Il giovane afferma di non essere quel Giglio che loro dicono, il quale purtroppo è morto, e per sua stessa mano, e quando Giglio era morto si è trovato che il corpo non era altro che un fantoccio pieno dei versi dell'abate Chiari, ed era stato questo a causare la morte.
L'abate si risente per queste insinuazioni, ma viene celermente buttato fuori dal locale assieme all'impresario.
Ed ecco che ricompare Celionati, che il giovane ringrazia pregandolo di non svelare il suo segreto.
Quando il ragazzo si allontana, però, gli studenti tedeschi pretendono di ascoltare il seguito della storia di re Ofioch e delle regina Liris. Celionati s'arrabbia dicendo che questo è già stato raccontato da Ruffiamonte a Palazzo Pistoia e che lui certamente non vuol raccontare due volte la stessa storia, ma che preferisce narrare del problema del suo assistito, che loro hanno appena visto, e che soffre di dualismo cronico. Porta l'esempio di due principi gemelli siamesi attaccati per il didietro, i cui sudditi non riuscivano mai a comprenderne le intenzioni. E qui si ha un caso ancor più grave in cui il principe pensa “di traverso”, e il risultato è che l'ammalato non capisce mai se stesso.
Gli astanti convengono che si tratti d'una brutta malattia, ma il giovane in questione si unisce al gruppo e, scherzando, afferma che Celionati parla per metafore: lui in realtà ha solo un problema agli occhi, a causa del quale egli trova ridicole le cose più serie. Per guarire gli occorrerebbe fare molto moto, ma come? In quella entra mastro Bescapé che saluta il giovane come “serenissimo principe” e allora a lui non resta che confessare: lui, il principe Cornelio Chiapperi, non può fare moto, dal momento che di spazio non ne ha, il suo regno è tutto racchiuso in un'area limitata.
Il principe si allontana e sul Corso incontra la principessa Brambilla, che gli offre il suo amore. Ma lui le rinfaccia l'infatuazione per l'attore Giglio Fava e lei gli rinfaccia la passione per la bella modista Giacinta Soardi. I due si lasciano infuriati.

8) Ma il principe non riesce a consolarsi e prende a percorrere il Corso disperato invocando la sua amata principessa, finché la gente non ride di lui e lei, la principessa Brambilla, commossa, non torna e quando lui le si sottomette baciandole la pantofola e lei accetta di perdonarlo. Immediatamente i due vengono avvolti da una nuvola di tulle, e quando questa si dissipa sono di nuovo a Palazzo Pistoia, nella sala dove Giglio aveva sentito la storia della principessa Mistilis. Ma ora la sala è ancor più sfarzosa e al centro siedono il mago Ruffiamonte e il principe Bastianello da Pistoia (che poi non è altri che Celionati stesso). I due leggono un testo mistico sull'Italia, sul carnevale che libera l'Io da sé stesso, sull'Io che si ritrova nei limpidi cieli italiani, nei quali ci si rispecchia nella fonte dell'amore. Quindi la sala si trasforma magicamente nel giardino di Urdar, i due maghi estraggono la bambolina che era la principessa Mistilis e nel vederla il principe e la principessa si svegliano dal loro torpore, si guardano nello specchio d'acqua e ridono, così come avevano fatto re Ofioch e la regina Liris prima di loro. E mentre così fanno la regina Mistilis torna in vita portando benefici a tutto il popolo.
Esattamente un anno dopo, verso mezzanotte, la vecchia Beatrice si affaccia alla finestra e dice che deve preparare casa per il ritorno dei padroni. I padroni sono Giacinta Soardi e Giglio Fava, che ormai sono sposati (tra di loro) e vivono in un appartamento non grande ma accogliente (e comunque migliore di quanto avessero mai avuto prima). Sono sposati già da un anno ma si comportano ancora come due sposini freschi di nozze, tutti attenzioni e tenerezze. Sono entrambi attori, ma attori comici: lui specializzato in ruoli da Brighella o da Truffaldino, mentre lei è una deliziosa Smeraldina. Da quando si sono specchiati nella fonte di Urdar la loro vita è cambiata e hanno spezzato l'incantesimo che teneva avvinta la principessa Mistilis (vale a dire la vera principessa Brambilla). Per farlo, spiegano Bastianello da Pistoia e mastro Bescapé, ospiti per cena dei due, occorreva una coppia di innamorati pieni di fantasia che avessero la capacità non solo di riconoscere l'umorismo, ma anche di trasportarlo nella vita reale attraverso il teatro, che è esso stesso una forma della fonte di Urdar. Era però necessario che si spogliassero dei loro abiti eroici per indossarne altri, costumi fatti d'ironia e umorismo. E così, anche se con parecchie difficoltà, è avvenuto. La storia si conclude con un allegro banchetto di cui, dice l'autore, solo Callot potrebbe fornire dettagli.

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mercoledì, dicembre 30, 2009

Il mistero di Agnes Cecilia, riassunto

IL MISTERO DI AGNES CECILIA
di Maria Gripe


Capitolo 1
Nora è a casa da sola, la casa nella quale vive, con la sua famiglia, dalla primavera precedente, quasi un anno. E ancora una volta, in quella casa, mentre lei è in camera sua, capita un fatto strano. Dalla stanza rotonda partono dei passi che poi percorrono la casa e si fermano davanti alla soglia della stanza di Nora. Non è pericoloso, Nora lo sente, anche se è ferma davanti alla finestra e prova la netta sensazione che qualcuno, forse di un'altra dimensione, la stia osservando. Lo sente con tutto il suo essere. Nora sa che se si voltasse non vedrebbe nessuno, ma non lo fa. Non finché la misteriosa presenza non se ne sia andata via da sola, è come un tacito accordo fra loro due. Infine la presenza svanisce e Nora si volta: non c'è nessuno ma, come sempre, le è rimasta una strana nostalgia dentro.

Capitolo 2
Nora vorrebbe parlare di questi "fenomeni" con Dag, a lui interesserebbero. Ma non osa farlo. Dag non è davvero suo fratello, come Anders e Karin non sono davvero i suoi genitori. Karin è una bibliotecaria e Anders un insegnante. Nora è stata adottata, Karin è la zia di suo padre, anche se fra i due gli anni di differenza sono pochi, e Nora, anche se non ne ha mai avuto motivo, si è sempre sentita un'intrusa in quella famiglia. Tollerata, più che amata. Ogni loro gesto, ogni loro parola la fa sentire esclusa, anche se non è certo questa l'intenzione dei due. Sa che questa è soltanto un riflesso di quel che lei prova, ma non riesce a fare a meno di provare questo disagio. Per Dag, però, lei è una sorella a tutti gli effetti. Lui ha quindici anni e lei qualche mese in meno. Ora Dag gli racconta di aver visto una commessa, in un grande magazzino, che lo ha veramente colpito. Gli piacerebbe conoscerla meglio. Dimostra la loro età, forse un po' più grande, ma poco, ed è un tipo davvero "indescrivibile".

Capitolo 3
I genitori di Nora sono morti in un incidente d'auto quando lei era piccola. Nora non sopporta che questo sia successo. Se lei fosse stata con loro sarebbe morta anche lei, ma loro non l'avevano portata. Perché? Forse non l'amavano abbastanza? Il suo ultimo ricordo di loro è stato quando l'hanno salutata, lei stava per addormentarsi, dicendole sorridendo che sarebbero tornati presto. Nora aveva cercato di trattenere la mamma, ma papà l'aveva trascinata via. Ma non erano più tornati. I loro parenti, però, non avevano avuto il coraggio di dire a Nora cos'era successo davvero. Prima le avevano detto che i genitori erano in ospedale, poi che erano partiti per un lungo viaggio e non si sapeva quando sarebbero tornati. Nora, però, ascoltando vari discorsi, aveva intuito cosa era successo davvero. E intuiva l'ipocrisia della sua famiglia. Non sopportava i loro sguardi pieni di compassione per la "povera bambina". Infine Karin e Anders l'avevano presa con sé: erano stati gli unici parenti, i più giovani, ad accettare di occuparsi di lei. Poi un giorno, quando lei aveva sei anni, Karin e Anders l'avevano portata sulla tomba dei genitori. Finalmente le avevano detto la verità, ma ormai era troppo tardi: le avevano tolto per sempre la capacità di piangere per loro. Poi sono arrivati i parenti a mostrarle foto e ricordi dei suoi genitori, ma in questo modo lei ha sentito che così le stavano sottraendo i suoi ricordi. Così aveva cominciato a diventare acida nei confronti dei parenti, fino a essere ripagata da loro con la stessa moneta: commenti acidi e cattiverie. Si sentiva, per Karin, proprio come una serpe "allevata in seno".

Capitolo 4
Prima di trasferirsi nella nuova casa Nora era molto cagionevole di salute, ma ora no, era sana come un pesce. Si vede che le case e le persone non si scelgono a caso, ogni persona ha una sua casa ideale, e quella casa era l'ideale per Nora. Era una casa vecchia, piena di misteriosi ripostigli nei quali la famiglia aveva trovato numerosi oggetti dei primi del Novecento. Libri, giornali, e curiosità varie. Nora, per esempio, aveva trovato una borsetta decorata di perline, una foto che ritraeva due giovani donne e una bambina e che recava una scritta ("Agnes e Hedvig, 1907", mancava il nome della bambina), collare e guinzaglio di un cane di nome Hero, un libro di fiabe russe (che aveva regalato a Karin, che colleziona libri di fiabe), un paio di scarpette da ballo, una boccetta di profumo e una piccola, deliziosa sveglia che però era guasta e non era riuscita a far riparare. Quella casa era speciale, soprattutto la stanza di Nora: sul suo balcone le piante prosperavano perfino in inverno e sotto la neve! Solo uno non amava la nuova sistemazione: il cane Ludde. Lui aveva, fin dagli inizi, cercato di ostacolare il trasloco, e una volta nella casa nuova pareva atterrito da ogni cosa. Le uniche stanze che osa frequentare sono la cucina e lo studio di Anders. Anders dice che i cani sentono cose che gli umani non percepiscono, e si vede che è quello a spaventare Ludde.

Capitolo 5
Una volta Nora era andata a Stoccolma a trovare i nonni materni e il nonno le aveva fatto notare che lei è nata di domenica e che, quindi, "può sentire l'erba crescere". A casa, insieme a Dag, Nora aveva scoperto che secondo leggende popolari le persone nate di domenica possono avere come un sesto senso. Nora si rifiuta di crederci anche se non può negare che ogni tanto le capitino cose strane. Una volta, per esempio, grazie a una persona che aveva sbagliato numero aveva evitato di passare attraverso una porta da dove poi erano cadute l'impalcatura e un secchio di vernice. E ancora, grazie a una telefonata (e pareva proprio dalla stessa persona che aveva apparentemente sbagliato) si era salvata dal crollo di un grosso ghiacciolo, dal tetto, che l'avrebbe sicuramente uccisa se non fosse stato per quella telefonata.

Capitolo 6
Dag racconta a Nora un sogno che ha fatto: a scuola un professore la interrogava e, chiamandola col suo nome completo, Eleonora Hed, le chiedeva di cercare in un posto che non conosceva qualcosa che non sapeva. Dag, che pensa che la vita sia troppo complessa per essere sempre spiegata razionalmente e crede molto ai segni misteriosi inviatici in aiuto, ritiene che Nora debba prestare attenzione a questo sogno, ma lei se ne dimentica subito. Però capitano di nuovo diverse cose strane. Prima, mentre sta per scrivere alla nonna, le viene in mente un episodio di tanti anni prima, lei era piccola ed era dai nonni materni. A un tratto era arrivata una giovane donna, in visita, che le era apparsa molto simpatica e l'aveva abbracciata, dicendo di essere amica di sua mamma. Ma i nonni l'avevano trattata freddamente e l'avevano cacciata in malo modo. Karin aveva detto che quella donna era un "peso morto", per questo la nonna la evitava. Chissà come mai le è venuto in mente proprio quell'episodio? Mentre scrive a un tratto la vecchia sveglia riprende a ticchettare ma le lancette vanno all'indietro. Nello stesso istante ripartono i passi dalla stanza rotonda e, come sempre, si fermano sulla soglia della sua stanza. Quanto duri non sa dirlo, ma appena sente svanire la presenza Nora si rende conto che la sveglia è proprio ferma, come è sempre stata. Poi per ben due volte il libro di fiabe russe, nella libreria, cade aprendosi sulla stessa pagina, che dice che "bisogna cercare in un posto che non conosce qualcosa che non sa", proprio come il sogno di Dag.

Capitolo 7
Sulle prime Nora è tentata di raccontare tutto a Dag, ma poi si blocca: lei, al contrario del fratellastro, si rifiuta di credere a certe cose e si sforza di attribuire un significato razionale a quanto sta accadendo. Però qualche giorno dopo Dag le riferisce una telefonata strana che è arrivata, per lei, quando non c'era. Era, dalla voce, una signora anziana. Non aveva voluto lasciare il suo nome ma aveva detto di riferire a Eleonora Had (anche lei aveva usato il nome per intero) di recarsi a Stoccolma, nella città vecchia, a un certo indirizzo (riferito a Dag) e chiedere di Agnes Cecilia. Nora protesta: lei non ha in programma di andare a Stoccolma, ma Dag ritiene che questa telefonata abbia a che fare col suo sogno e intuisce che Nora ha altro da raccontargli, così lei cede e gli racconta la faccenda del libro (quella dei passi no, non osa perché è l'unica per la quale non riesca a trovare una spiegazione razionale). Quando però i due vanno a controllare il libro di fiabe russe è scomparso.

Capitolo 8
Il giorno dopo Anders annuncia che per quel sabato porterà la sua scolaresca in gita a Stoccolma e chiede a Dag e Nora di accompagnarlo. Per Dag questo è un altro segno: è evidente, Nora deve accettare. Ma lei sta attraversando una fase di ribellione, si rifiuta di farsi pilotare da trame misteriose, vuole sentirsi libera di decidere, così la tira per le lunghe prima di accettare l'invito. Il libro di fiabe russe non era affatto scomparso, l'aveva preso Karin per riportarlo in camera sua, dov'è il suo posto... anzi, chissà come era arrivato nella libreria dello studio. Dag chiede a Nora di mostrargli la frase trovata, ma lei si rifiuta e gli mostra una pagina a caso, dove c'è scritto di una bambola da non mostrare a nessuno ma alla quale bisogna chiedere aiuto nei momenti di pericolo. Nulla a che fare col sogno e coi fatti misteriosi di questi giorni. Ma è davvero così?
Finalmente si va a Stoccolma. Sul treno, all'andata, Nora si isola, si assopisce e sogna la mamma moribonda in ospedale, e una graziosa inserviente del treno, di quelle che spingono i carrelli con le vivande, che, in veste di infermiera e con un dolcissimo sorriso, la conforta dicendole se non si ricorda di Carita. Quando si sveglia si accorge che qualcuno sta davvero chiamando una Carita, e una ragazzina dalla voce timida, seduta dietro di lei, chiama la mamma, l'inserviente col carrello, che le porta una cioccolata, sempre con quel dolce sorriso. Nora per un istante desidera anche lei ricevere quel sorriso e quella cioccolata, ma ormai il treno è arrivato e bisogna scendere. A Stoccolma non è facile raggiungere l'indirizzo della telefonata, alla fine però Dag e Nora ci arrivano: è un ospedale delle bambole. Di sabato è chiuso, ma per caso c'è qualcuno nel retrobottega (un altro segno misterioso?). Nora si rifiuta di entrare, così ci va solo Dag. Ne esce con un pacco per Nora. A quanto pare è stato lasciato lì da una signora anziana e Agnes Cecilia è una specie di parola d'ordine. La signora però aveva lasciato detto che Nora dovrà aprire quel pacco solo quando sarà da sola, e non dovrà mostrare a nessuno il suo contenuto.

Capitolo 9
Durante il viaggio di ritorno Nora pensa che il pacco contenga qualcosa che possa avere a che fare coi suoi genitori, qualcosa di molto intimo e privato, per questo non deve mostrarlo a nessuno. Qui capiamo che il rapporto tra Nora e Dag è ben diverso di un legame tra fratello e sorella, loro si sentono più come amici molto intimi... e forse potrebbero essere qualcosa in più che amici?
Appena a casa, Nora corre in camera sua. Visto che fa già buio accende una candela poi, con molta calma, apre il pacco, che è fatto da innumerevoli strati di carta. Dentro c'è una bambola, alta 35 centimetri circa, delle più straordinarie. Non è semplicemente una bambola, dev'essere il ritratto di una persona realmente esistita, sembra una bimba di non più di dieci anni, i capelli sono veri e gli abiti sono del primo Novecento. La bambola ha un faccino triste e disilluso. Ma quando Nora l'abbraccia la bambola sembra rilassarsi e sorridere e Nora si sente subito molto legata a lei. Emana un profumo che Nora ricorda di aver già sentito. Al collo la bambola porta un medaglione con le iniziali CB, dentro ci sono una miniatura e una sottilissima treccina di capelli. I capelli sono gli stessi della bambola, la miniatura, firmata "HB, 1923", rappresenta "Cecilia a 17 anni". Cecilia è la stessa persona ritratta nella bambola, che quindi è stata realizzata 7 anni prima, più o meno nel 1916. Quindi Cecilia è nata nel 1906 e adesso (ci troviamo nel 1981) potrebbe avere 75 anni. Ma la bambola ha un aspetto straordinariamente vivo e le ombre gettate dalla candela fanno apparire le sue espressioni mutevoli e reali, Nora sente l'istinto di proteggerla. Quando Dag arriva alla sua porta, Nora nasconde la bambola Cecilia (che rapporti avrà mai con Agnes Cecilia?) nel ripostiglio che una volta era una stufa, anche se lui ha già intuito che si tratta di una bambola. E proprio per questo le fa notare che il passaggio che lei credeva di aver scelto a caso nel libro, in realtà non era per nulla a sproposito.

Capitolo 10
Il mattino dopo Nora si sveglia straordinariamente di buon umore. La porta del ripostiglio è spalancata e la bambola Cecilia è sul cuscino accanto a lei, con un braccino disteso sotto la testa e un'espressione beata e soddisfatta. Nora la prende in braccio e danza, allegra, con lei, sentendosi un po' in imbarazzo perché in vita sua non ha mai voluto giocare con le bambole. Ma Cecilia è diversa.
Nora passa la giornata con Lena, la sua migliore amica, una tipina allegra e chiacchierona, che però non è molto apprezzata né da Dag né da Karin e Anders. Per questo le due si riuniscono sempre a casa di Lena, come oggi. A casa c'è anche Inga, la nonna di Lena, altrettanto chiacchierona della nipote. I genitori di Inga avevano lavorato come portinai proprio nel palazzo dove adesso abita Nora. All'epoca Inga era una bambina, ma si ricorda di quando sua mamma andava a fare le pulizie per gli inquilini del palazzo. Nell'appartamento di Nora ci abitava una signora con la figlia, una deliziosa bambina con la passione per la danza (le scarpette erano state le sue, quindi). Inga non ricorda il nome della bambina, era troppo piccola all'epoca, ma suggerisce a Nora di chiederlo a sua mamma, la bisnonna di Lena: ha quasi cent'anni ma è ancora vispa e con una memoria di ferro.

Capitolo 11
Nora si rende conto che negli ultimi tempi tutto, anche la semplice lettura di un giornale, le pare pieno di segni misteriosi. Sta coccolando Cecilia (lo fa spesso, perché le sembra che la bambola con le sue mutevoli espressioni -anche se Nora è convinta si tratti solo di giochi di luce- sembra saperla sempre consigliare per il meglio) quando sente di nuovo i passi misteriosi. Non li sentiva da tempo e la cosa la sorprende. Si accorge con sgomento di aver lasciato la porta aperta, e non chiusa come quando fa da quando c'è Cecilia, così, in tutta fretta, chiude la bambola nel ripostiglio e si precipita a chiudere la porta, ma è troppo tardi. Si ritrova, per la prima volta, di fronte alla presenza misteriosa. Non la vede, ma sa che c'è, lo sente con tutto il suo essere. La vecchia sveglia riprende a ticchettare, Nora non la vede ma sa che le lancette vanno al contrario. Poi, lentamente, si accorge che il ripostiglio dove è nascosta Cecilia si sta aprendo. Nora è sgomenta, il tempo sembra non passare mai. La presenza svanisce, la sveglia si ferma e Nora corre a prendere Cecilia proprio prima che cada in terra. Si convince che il ripostiglio s'è aperto perché lei, nella fretta, non l'ha chiuso bene, anche se è evidente che le ante sono state aperte dall'interno e poi dall'esterno. Ora tutto è immoto, solo le grandi ombre di uccelli agitati fuori dalla finestra si stagliano sulle pareti della stanza. Nora porta Cecilia verso la sua scrivania e la bambola sembra indicarle qualcosa. Ci sono la boccetta di profumo (lo stesso che ha addosso Cecilia. Un caso oppure...?) e la foto delle due donne, Agnes e Hedvig, con la bambina. Cecilia sembra indicare quella, ma l'immagine è sfocata e Nora non capisce chi siano quelle persone. Più tardi, dopo cena, Cecilia resta sola e decide di rigovernare la cucina quando la porta del balcone si spalanca all'improvviso e il grande vaso di porcellana in salotto cade a terra infrangendosi. Quel vaso era stato ritrovato in uno dei ripostigli della casa, è molto bello, col collo sottilissimo (si vede che non è fatto per contenere fiori) e sopra vi è dipinto un uccello meraviglioso dalla lunga coda. Nora, nel raccattare i cocci, si accorge che era pieno di striscioline di carta avvolte strettamente. Lei le mette via riproponendosi di leggerle in un secondo momento. Quando Dag torna la aiuta a riparare il vaso, cosa che riesce alla perfezione. E quando rincasano anche Anders e Karin trovano modo di ridere di quell'incidente, e per la prima volta Nora sente davvero di far parte della famiglia.

Capitolo 12
Nora si sveglia con la netta sensazione di aver qualcosa da fare ma di averla dimenticata: in questo periodo dimentica troppe cose. Poi finalmente se ne accorge: ha dimenticato di leggere la striscioline di carta trovate nel vaso e Cecilia, con le braccine spalancate, sembra incoraggiarla a farlo. Le strisce sono appallottolate così strettamente da poter essere infilate nello stretto collo del vaso, ma sarebbe stato impossibile estrarle di nuovo senza spaccarlo. Che sia un segno anche la caduta del vaso? Ogni strisciolina porta una data e poi un breve commento, e vanno per un periodo di circa sette anni, dal 1913 al 1920. Lei le sistema in ordine cronologico, per avere un'idea più ampia, e si rende conto che le banali annotazioni nascondono una storia triste. Si tratta di una bambina (o di un bambino) che annota diligentemente tutte le volte in cui viene affidata a questa, o a quella persona, quasi fosse un peso, un ingombro, un essere non amato ma considerato solo come un problema da risolvere. Una storia di solitudine e abbandono. Qualche volta la bimba misteriosa è dovuta rimanere da sola, solo un paio di volte, cosa che nella sua crudezza raggela Nora, scrive che Agnes "ha avuto pietà di lei". Perché solo questa Agnes? E chi è, forse la stessa della foto? Nora, con il suo passato da orfana, non può fare a meno di riconoscersi in quella bambina abbandonata di tanti anni fa che ha scritto quelle annotazioni non perché qualcuno le leggesse, ma solo per trovare un po' di sollievo alla sua solitudine.

Capitolo 13
Ormai è primavera inoltrata e Ludde, il cane, ha ripreso con le sue fughe. Prima le faceva perché non voleva traslocare, ma ora cosa lo spinge continuamente a scappare? La prima volta che l'ha rifatto ha anche perso collare e guinzaglio e Nora li ha sostituiti con quelli trovati nei ripostigli, appartenuti a quel cane Hero... tanto Ludde non sa leggere la medaglietta. Adesso è scappato mentre Nora era in giro, in bici, nei viali tra i boschetti poco fuori città. Lei corre a chiamare Dag e insieme i due, in bici, vanno a cercare il cane. Lo cercano anche nel giardino, piuttosto lugubre e tetro, di una casetta che pare abbandonata (ma dai gerani sul davanzale si nota che così non è), finché arriva il tramonto. I due decidono di allungare la passeggiata di ritorno lungo il fiume, sotto un ponte e qui... si baciano. Emozionati, Nora e Dag scrivono i loro nomi sull'arcata del ponte, insieme alla data, 17 aprile 1981, quando si accorgono che poco più in là c'è scritto un altro nome: Agnes Cecilia. Che vorrà dire? In silenzio, Nora e Dag rimontano sulle bici e si dirigono verso casa quando sentono che qualcuno, dietro di loro, li segue ansimando. Nora si spaventa ma Dag si ferma e la creatura ansimante gli balza addosso: è Ludde, che è tornato da loro.

Capitolo 14
Sono passati due giorni da quella sera ma Nora e Dag non hanno ancora avuto il coraggio di parlarne. Ma con una scusa, Dag va da Nora. Lui non riesce a spiegarsi la presenza di quel nome sotto il ponte: ma allora Agnes Cecilia viveva a Stoccolma o nella loro città? Oppure è stato un altro a scrivere il suo nome? Nora deve ammettere: lei sa molte più cose di lui, ma non può dirgliele perché riguardano qualcun altro e le sembrerebbe di tradire qualcuno, chi sa chi, se ne parlasse con Dag. E poi sono cose difficili da dire, come quando era piccola e ascoltava i passi dei suoi genitori, che magari si fermavano sulla soglia della sua porta giusto per controllare che lei stesse bene. Non si fermavano a giocare con lei perché non avevano tempo, ma lei sapeva che c'erano e questo bastava a farla sentire felice. Poi i suoi genitori erano morti e anche se lei era rimasta in attesa di risentire i loro passi sapeva che non li avrebbe sentiti mai più. Ma come mai le è venuto in mente di raccontare proprio quella storia? Non c'entra nulla con la faccenda di Agnes Cecilia! Proprio in quel momento Nora sente di nuovo i passi avvicinarsi. Non le era mai successo quando c'era qualcun altro! Dag non sembra accorgersi di nulla, ma i passi si fermano proprio dietro di lui e la sveglia riprende a ticchettare e a scorrere al contrario. E di questo Dag si accorge. Quando tutto cessa Dag è sorpreso, quando Nora gli dice che l'orologiaio ha riso della possibilità che la sveglia potesse funzionare, e all'indietro per di più, Dag si arrabbia. Ma non è questo che impensierisce Nora. Possibile che Dag non abbia notato i passi o la presenza? Però prende il fatto che la manifestazione sia avvenuta in presenza di Dag come un esplicito consenso a raccontargli tutto. Ma Nora preferisce farlo fuori di lì, così i due prendono Ludde e escono. Nora racconta tutto, ma proprio tutto. Dei passi, della bambola Cecilia, delle foto, delle striscioline di carta e della storia che hanno rivelato. Dag pensa che Agnes Cecilia potrebbe essere la stessa vecchina che gli ha lasciato la bambola e che l'unica è cercare di scoprire chi ha vissuto in quella casa prima di loro. Ma quando tornano a casa Ludde scappa di nuovo, verso i boschetti dai quali provengono. È una cosa che getta Anders nello sconforto e lo fa sentire in colpa: se un cane non si fida più del suo umano la colpa, è evidente, è dell'umano. Alle due la polizia li chiama: Ludde è da loro ed è parecchio su di giri. Una ragazzina l'ha portato in centrale, ma non ha lasciato detto chi è.

Capitolo 15
Dunque, secondo Dag la prima cosa da fare per risolvere il mistero è scoprire chi ha abitato in casa loro ai primi del Novecento. Stavolta però Nora vuole seguire una sua traccia personale e non può promettere a Dag di raccontargli cosa scoprirà, dal momento che si tratta di segreti altrui. Nora si sente solo come una trasmittente, non come la protagonista della vicenda.
La traccia di Nora è la bisnonna di Lena, che si chiama Hulda e vive in un ospizio. Hulda ha 96 anni, è una vecchietta minuta ma molto vivace, intelligente, capace di raccontare ma anche di ascoltare. All'ospizio l'hanno presa solo perché la sua presenza rallegra gli altri ospiti, non perché lei ne avesse bisogno. Nora trova che Hulda somigli molto a Lena, e capisce sempre più quanto le sia cara la sua amica.
Hulda racconta a Nora la sua storia: lei è praticamente nata in quella vecchia palazzina dove vive lei adesso. O meglio, nella casa che c'era prima. Poi questa era bruciata e al suo posto era stato costruito il palazzo, con una casa in giardino per il portinaio. Suo papà era il portinaio e lei in seguito aveva sposato il nuovo custode, il padre di Inga, che però era morto 4 anni dopo. Hulda poi si era risposata con un meccanico di biciclette e nel 1925 era andata via di lì, ma fino a quell'anno si ricordava di tutto quel che riguardava quella casa.

Capitolo 16
Certo che Hulga ricordava chi aveva vissuto nell'appartamento di Nora. Prima c'era stato un vecchio generale, con la moglie e tre figli, poi c'era andato un medico scapolo, che però due anni dopo aveva sposato una maestra di piano dalla quale aveva avuto due figli maschi. Come due figli maschi? Nora era convinta che i foglietti li avesse scritti una bambina. E Inga non aveva parlato di una bambina che danzava? Certo, ma lei non viveva nell'appartamento grande, di cinque stanze, ma in quello piccolo di tre. Nora non capisce, adesso c'è un solo appartamento di otto stanze... ah, sì, Hulda ricorda che poi nel 1930 era arrivato lì un avvocato che aveva fatto unire gli appartamenti. Non le era venuto in mente subito perché era capitato dopo che lei era andata via, e questo lo sapeva solo per sentito dire. Comunque questo avvocato era così ansioso di ristrutturare la casa da non vuotare neppure i ripostigli. Del resto, secondo Hulda in quei ripostigli di solito si mettono solo cose che non interessano più, che vengono ritenute vecchie e inutili, salvo essere riscoperte anni dopo come preziosi oggetti di antiquariato. Nora però è convinta che alcuni oggetti siano stati riposti con uno scopo preciso, quello di lasciare un messaggio per qualcuno. Nora sente che si tratta di lei, il messaggio è destinato a lei. A questo punto però è necessario che Nora spieghi a Hulda cosa le interessa sapere, perché sta facendo quella ricerca. Così Nora le racconta tutto a proposito dei passi misteriosi, della sveglia che si rianima all'improvviso, dei foglietti nascosti nel vaso... sì, evidentemente, secondo Hulda, qualcuno sta cercando di inviarle un messaggio. Agnes e Hedvig, le donne della foto, erano due sorelle che avevano vissuto lì, e Cecilia era la bambina di Agnes. Cecilia di Agnes, così la chiamavano, per mettere in chiaro che non fosse figlia di Hedvig, che era signorina. Dunque Agnes Cecilia non è un nome composto, come Nora e Dag avevano pensato, ma si tratta di due nomi distinti.

Capitolo 17
Le sorelle Agnes e Hedvig, prosegue Hulda, erano andate a vivere nell'appartamento piccolo nel 1905. Hedvig studiava arte e disegno mentre Agnes era apprendista cuoca in un albergo. Agnes però era rimasta incinta. Lei aveva detto che il padre era un cliente dell'albergo impossibile da rintracciare, ma Hulda sapeva che in realtà si trattava del medico. Solo che questo non avrebbe mai sposato Agnes, perché lei non era di buona famiglia. La bambina, Cecilia, era per Agnes come una punizione, qualcosa di cui vergognarsi, mentre Hedvig amava molto la nipote e quando il lavoro la teneva impegnata, Cecilia veniva affidata a Hulda (nei foglietti, infatti, c'è il nome Hulda). Hedvig era una bravissima artista e aveva anche un sesto senso, premonizioni che sempre si avveravano, ma non se ne vantava mai. Lei aveva spesso ritratto Cecilia, l'aveva anche usata come modella per una splendida bambola, molto viva e somigliante... Nora lo sa, è la sua bambola! Racconta allora come ne è venuta in possesso. Hulda sostiene che sia stata proprio Hedvig a fargliela avere, dal momento che è ancora viva (Hulda lo sa perché le due sono ancora in contatto e spesso si scrivono), ma perché l'abbia fatto (il modo misterioso rientra nel suo stile) Hulda non sa dirlo. Non certo solo perché Nora viveva nel suo ex appartamento. Dopo il parto Agnes era andata a lavorare in orfanotrofio e spesso portava Cecilia con sé, anche se la bambina era molto timida e si trovava a disagio con i coetanei. Solo dopo Hulda aveva scoperto perché Agnes insisteva: aveva conosciuto un commerciante che voleva sposarla e lei intendeva lasciare Cecilia in orfanotrofio. L'aveva fatto nel 1910, approfittando del fatto che Hedvig era in viaggio di studio e che Hulda era in lutto per la morte del padre. Ma Hulda aveva scritto tutto a Hedvig e questa era tornata subito in città per riprendersi Cecilia. Agnes intanto si era sposata e si era fatta rivedere dalla sorella e dalla figlia solo altre due volte, ecco cosa voleva dire Cecilia (perché ormai è evidente che i biglietti li ha scritti lei) quando aveva scritto "Agnes ha avuto pietà di me". Si riferiva a sua madre, e questo era ancora più triste. Il marito di Agnes era diventato ricco e i due avevano avuto un'altra bambina, che Agnes coccolava e vezzeggiava come una principessa, quasi a volersi riscattare, ma Hulda non poteva fare a meno di notare la differenza tra quello che la piccola Vera (questo il nome della nuova bambina) aveva ricevuto dalla madre rispetto al nulla ricevuto da Cecilia. Quando Nora viene a sapere nome e data di nascita della seconda bambina, però, resta davvero sconvolta. Sì, perché quella Vera, figlia di Agnes, non è altri che la sua nonna materna!

Capitolo 18
Sulla via del ritorno, Nora è incerta su quanto potrà raccontare a Dag. Di certo lui sarà curioso, ma lei non intende riferire tutto, soprattutto non la faccenda riguardante sua nonna prima di averne parlato con la nonna stessa. Ma quando Nora torna a casa Dag non c'è, e nei giorni seguenti è spesso via, non dice dove va, torna a casa a notte tarda e Nora non riesce mai a incontrarlo. Ma come, proprio ora che lei ha scoperto ante cose lui non vuole più saperle? Ora è lei a essere impaziente. Certo, può darsi che Dag sia solo molto preso dalle prove del saggio (lui studia danza) ma Nora non può fare a meno di sentirsi delusa e abbandonata. Un giorno, mentre è a passeggio con Lena e Nora, Ludde scappa di nuovo e stavolta sta via per tre giorni interi. Una sera, mentre Nora è in casa, sente bussare alla porta e quando va ad aprire trova Ludde, qualcuno l'ha riportato ma sta già scappando via, giù dalle scale. Quando Nora lo richiama sente solo una voce di ragazza che dice di aver riportato a casa Hero (perché è quello il nome scritto sul collare), prima di infilare il portone e scomparire nella notte.

Capitolo 19
Nora è arrabbiata con Dag e quando lo incontra in libreria non gli presta attenzione, anche se lui la chiama. Tornata a casa, però, capita un altro fenomeno strano. Dalla stanza rotonda arriva la musica di un pianoforte, anche se lì non ci sono pianoforti. Qualcuno suona la danza delle ore. Quando fa per entrare in camera sua Nora si accorge che questa è completamente diversa. La finestra è in un altro punto, l'arredamento è diverso, antiquato. Dentro la stanza c'è una ragazza in tutù che danza. È Cecilia, la riconosce subito, è lei alla stessa età del ritratto nel medaglione. Cecilia smette di danzare e si ferma in ascolto. Nora vorrebbe correre ad abbracciarla ma non riesce a varcare la soglia della stanza. Perché quello non è il suo tempo. Si rende conto che in questo momento è lei a essere una creatura invisibile e misteriosa. Quando tutto finisce e la stanza di Nora torna a essere tale, lei corre ad abbracciare la bambola Cecilia. Si sente tristissima, abbandonata e tollerata, accettata da Anders e Karin per pura pietà, come doveva essersi sentita Cecilia. Ma almeno Nora una mamma e un papà che la amavano li ha avuti, finché sono vissuti, Cecilia neppure questo. Povera piccina! Nora non può fare a meno di piangere e così facendo bagna il volto della bambola, che sembra star piangendo anche lei. Ed ecco di nuovo quei passi misteriosi, che si fermano davanti alla soglia della porta. Adesso Nora lo sa: è Cecilia, che la guarda dal suo tempo. Le due non soltanto sono parenti, ma hanno anche tanto in comune. Ecco perché è tanto naturale che ogni tanto ognuna di loro possa sbirciare nel tempo dell'altra.

Capitolo 20
Nora viene a sapere da Lena che Dag si vede con una ragazza (lei li ha visti insieme) e si sente ferita e delusa. Teme di perdere Dag e, dopo di lui, anche Anders e Karin. Dopotutto lei è un peso che gli è capitato tra capo e collo, mentre la ragazza di Dag sarebbe una libera scelta e ben presto avrebbe sostituito Nora nel cuore della sua famiglia adottiva. Nora è talmente depressa da decidere di scappare, forse potrebbe andare dai nonni portandosi dietro solo Cecilia. Ma non ora, ora è malata. Febbre e raffreddore si protraggono per alcuni giorni, Anders e Karin si prendono cura di lei, ma lei è convinta che lo facciano solo per dovere e che in realtà non vedano l'ora di sbarazzarsi di quel peso che s'immagina di essere per loro. Ma un mattino in cui si sente meglio Karin si reca in camera di Nora con un sacchetto di caramelle, da parte di Dag. La donna è venuta a sapere da una collega che Dag frequenta una ragazza e spera che Nora ne sappia qualcosa di più: lei è tanto preoccupata. Perché Dag non ne ha fatto parola in casa? E Nora che era convinta di essere l'unica a cui Dag non aveva parlato! Nora però crede che Dag sia un ragazzo giudizioso e forse non ha parlato a nessuno, in famiglia, di questa ragazza solo perché prima di farlo desidera farsi un'opinione sua. Karin appare rassicurata e anche Nora lo è. Si rende conto che tutti quei brutti pensieri suo suo essere un peso a mala pena accettato sono solo sue fantasie, molto lontane dalla verità.

Capitolo 21
Di nuovo Nora porta a spasso Ludde, e di nuovo lui scappa, correndo verso la casetta bianca dal giardino tetro. Nora lo segue, ma non è ancora perfettamente guarita e si sente debole e stanca. Si appoggia al vecchio cancelletto di legno scrostato di quel giardino. Sente qualcuno che chiama il cane: "Hero! Hero, vieni qua!" ma il cancelletto non è più di legno, è in delicato ferro battuto. E il giardino non è più tetro, ma delizioso, inondato di fiori e profumi. È una sera d'estate, adesso, e Cecilia, quella vera di diciassette anni circa, le appare davanti. Indossa un elegante abito scuro e ha un ombrellino parasole giallo. Ha un'aria trasognata e felice, sembra una principessa stregata. In terra Nora vede un braccialetto dal quale pende una piccola perla allungata di cristallo di rocca. Lo raccoglie, perché vorrebbe renderlo a Cecilia, ha visto che l'ha perso lei, ma non può, non riesce neppure a varcare il cancello della villetta. Poi la visione scompare e Ludde è lì, davanti a lei. È di nuovo un freddo giorno primaverile e il giardino è di nuovo tetro e deprimente. Mentre torna a casa Nora si accorge di aver messo in tasca il braccialetto di Cecilia.


Capitolo 22
Nora torna da Hulda per sentire il seguito della storia di Cecilia. La bambina fin da piccola aveva mostrato una grande passione per il movimento e un grande talento per la danza. Hedvig l'aveva mandata alla scuola di danza della cittadina, ma era evidente che avrebbe avuto bisogno di una scuola migliore, se avesse voluto fare carriera sarebbe stato meglio per lei trasferirsi a Stoccolma, alla scuola di danza dell'Opera. Ma Cecilia era molto timida e temeva la competizione con le altre ballerine, così continuava a rimandare il trasferimento, e Hedvig e Hulda non facevano nulla per convincerla a partire: forse, pensavano, era meglio così. Poi in città era arrivato un famoso ballerino, di quarant'anni, che aveva aperto una scuola di danza proprio poco fuori città, in una deliziosa villetta bianca con uno splendido giardino fiorito. Cecilia l'aveva frequentata diventando sempre più brava. Aveva cominciato anche a danzare in spettacoli, sempre in città, e ogni volta era un gran successo. Inoltre a scuola dava una mano a istruire le allieve più piccole. Sembrava che finalmente avesse trovato la sua strada e si sentisse felice e appagata. Ma la tragedia era dietro l'angolo. Nel 1923 Hedvig era partita per un lungo viaggio, Cecilia era ormai grande e non aveva più bisogno di essere seguita costantemente, ma a un tratto Hulda si era accorta che la ragazza mangiava sempre meno e che sembrava sempre più sciupata e malata. Verso la fine era emerso cosa c'era: era incinta, del maestro di danza, che intanto era partito per una vacanza di qualche mese. Ma Cecilia non voleva che la gravidanza sciupasse il suo fisico da ballerina, così mangiava sempre meno. Poi, quando era prossima al parto, era andata a Stoccolma per chiedere aiuto ad Agnes, sua madre, ma questa le aveva dato dei soldi e l'aveva mandata via. Tornata a casa, Hulda aveva seguito il travaglio e il parto di Cecilia. La poverina era troppo debilitata, così non era sopravvissuta. Il bambino era un maschio e venne chiamato Martin. Nessuno poteva prendersi cura di lui, così venne dato in adozione. Non fece una bella fine, diventò un alcolizzato e morì, molti anni dopo, in totale miseria. Aveva avuto un figlio, però, ma Hulda di questo non sa molto. Quando il ballerino aveva saputo della morte di Cecilia era tornato a casa e si era disperato, giurava che avrebbe voluto sposarla, distrusse il bel giardino della villetta piantandovi alberi tetri (la stessa villetta dove scappava Ludde), ma per Hulda era solo scena. Lui era un tipo che amava lo spettacolo, ma non rimaneva mai entusiasta di qualcosa troppo a lungo. Aveva fatto lo stesso col cane Hero, che prima aveva adottato e coccolato e poi aveva abbandonato a Cecilia (il cane poi aveva seguito Martin nella nuova famiglia rimanendo il suo migliore amico fino alla fine). Infine se n'era andato e aveva creato un balletto, che ebbe un discreto successo, sulla tragica storia di Cecilia. Hulda nota il braccialetto di Nora, lei le spiega come l'ha trovato. Sì, era un regalo del ballerino a Cecilia, lei poi l'aveva perso e se ne era disperata, ma a Hulda quel pendente pareva di cattivo augurio: troppo simile a una lacrima, sembrava un presagio della triste sorte toccata a Cecilia.

Capitolo 23
Nora si reca al cimitero per portare fiori sulla tomba di Cecilia, ma scopre che c'è già stato qualcuno per lo stesso motivo. Chi mai la ricorda ancora? A casa, Nora è, come sempre, intenta a consigliarsi con la bambola Cecilia, quando nota che l'anta dell'armadio non vuole saperne di chiudersi. Il motivo è presto detto: una scatola che sporge. La scatola è piena di vecchi ritagli di stoffa appartenuti a Cecilia e in fondo c'è una lettera. Nora non vorrebbe leggerla per rispettare la privacy di chi l'ha scritta, ma si accorge che la bambola invece vuole che lei la legga. Nella busta c'è un ritratto a matita, firmato da Hedvig, del ballerino e una lettera, non firmata e non datata (ma si capisce che l'ha scritta Cecilia poco prima del parto fatale). Nella lettera, mai spedita o consegnata, Cecilia scrive al suo ballerino... per lasciarlo. Dice che ormai ha capito che la sua infelicità non dipende da lui ma dal fatto che Agnes, sua madre, non ha mai voluto darle quell'amore di cui lei aveva bisogno. Ma lei ora vuole cambiare, per lei ora il bambino (quel bambino che lui non desiderava) sarebbe stato il fulcro della sua vita, lei lo avrebbe amato e insieme sarebbero stati una piccola ma felice famiglia. Purtroppo Nora sa che le cose sono andate diversamente, ma adesso ha capito che la disperazione di Cecilia non dipendeva dal ballerino, come aveva pensato Hulda, ma dalla mamma.

Capitolo 24
Nora decide quindi di andare a Stoccolma per parlare con la nonna. La conversazione è difficile, la nonna ha un'idea molto parziale della vicenda e non le piace l'idea di rivangare vecchi e vergognosi ricordi. Per lei Agnes è stata una mamma perfetta, un angelo, e non sopporta che la nipote ne parli come di una creatura insensibile ed egoista. Lei di Cecilia sa poco, ma non ne ha una buona idea, era una tipa strana, secondo lei. E anche il figlio, Martin, solo un poco di buono. Lui aveva conosciuto una ragazza di origine italiana, orfana e molto più giovane di lui, di nome Carita Eng, e l'aveva messa incinta pur senza averla sposata. Questa Carita non riscuote le simpatie della nonna, che la giudica un tipo appiccicoso e invadente, anche se la mamma di Nora le si era legata, nel breve periodo in cui la nonna l'aveva ospitata. Ma si sa, la mamma di Nora era tanto ingenua, e questa Carita tanto furba... non fa che perseguitare la nonna perché vuole che la figlia avuta da Martin abbia una famiglia, ma allora perché non si cerca quella italiana? Non serve a nulla che Nora faccia notare alla nonna che i suoi parenti italiani sono morti, per lei Carita non è una di famiglia punto e basta, così come non lo erano Martin e neppure Cecilia. Insomma, la nonna sembra legata solo alle apparenze, alla superficie delle cose, e Nora è molto dura con lei. Si lamenta che Carita sia una che gira sempre, senza punti fissi, ma come potrebbe fare altrimenti visto che tutti la rifiutano? E questo, Nora lo dice, lei lo capisce bene, perché anche lei si è sentita rifiutata da tutti quando i genitori sono morti. E adesso Nora capisce anche che Carita era la stessa giovane donna incontrata in casa dei nonni quando era piccola, quella che le aveva detto di essere un'amica della mamma. Infuriata e delusa, Nora, in lacrime, scappa dalla casa dei nonni.

Capitolo 25
Nora è in lacrime, in stazione, in attesa di capire quando parta il suo treno, quando viene raggiunta dal nonno. Lui era uscito per permettere alle due di parlare da sole, quando era tornato aveva trovato la nonna sconvolta che le aveva spiegato cos'era accaduto. Il nonno è molto dolce e gentile, spiega che la nonna ha sempre sofferto dell'ansia di non essere abbastanza "per bene", ansia che aveva ereditato dalla madre Agnes. Per questo aveva sempre trattato Carita con sufficienza: la guardava dall'alto in basso, anche se la donna era sempre stata gentile con loro. Ogni tanto la nonna aveva avuto momenti di gentilezza, forse dettati dai sensi di colpa, ma allora era stato anche peggio perché diventava esagerata e falsa. Dopotutto Carita non voleva nulla, solo sentire di avere dei familiari per sé e per la figlia, che era stata chiamata come la nonna e la bisnonna, ovvero... Agnes Cecilia.

Capitolo 26
Nora sale sul treno che la riporterà a casa e mentre sta per assopirsi si ricorda di quando è andata a Stoccolma per ritirare la bambola Cecilia. Ma certo, l'inserviente dei rinfreschi si chiamava Carita. O forse l'aveva solo sognato? Non può esserne certa. Quando il treno arriva in stazione Nora scorge, dal finestrino, Dag fermo in attesa al binario. Che carino, pensa, è andato a prenderla! Quando scende dal treno però non lo vede più. Lo scorge solo dopo, nel piazzale dei pullman, che sta salutando qualcuno in partenza. Allora lui non era lì per lei, ma per qualcun altro: la sua ragazza, quella di cui non ha ancora parlato a nessuno. Nora prova una fitta di gelosia.

Capitolo 27
Il giorno dopo Dag si reca, di buon umore, in camera di Nora, ma lei è arrabbiata per tutti i segreti che lui non le ha raccontato. Alla fine Dag si decide a parlarle di questa misteriosa ragazza, anche se per lui è molto difficile. Da un lato questa ragazza gli piace, dall'altro... Nora gli piace di più, ma non è questo il punto. Lui ha conosciuto questa ragazza, Tetti, il giorno dopo la grande fuga di Ludde. Era sera tardi e il cane gli aveva fatto chiaramente capire di voler uscire. Lui l'aveva messo al guinzaglio e portato fuori, e già sapeva dove voleva andare: alla villetta bianca, Beateborg. Si era fermato lì, come ipnotizzato, ma poi aveva proseguito fino al lago, dove c'è una grande casa comune dove vivono diverse persone. E qui avevano incontrato Tetti, che era fuori col suo cane, una femmina pastore tedesco, molto simile a Ludde. I due cani si erano innamorati e scappavano sempre di casa per incontrarsi. Anche se secondo Dag le fughe di Ludde erano cominciate per via di Beateborg e del collare di Hero, che ancora indossava (e infatti Tetti pensava che Ludde si chiamasse Hero). Tetti era la stessa ragazza "indescrivibile" che Dag aveva visto tempo prima ai grandi magazzini. Studia arte e disegno e va a Stoccolma quasi tutti i giorni per seguire i corsi. Ecco perché Dag era andato a prenderla in stazione. È una strana ragazza, timidissima (era stata lei a riportare Ludde a casa, ma non aveva avuto il coraggio di farsi vedere da Nora), molto dolce, ma Dag sente che gli nasconde qualcosa, come se lo frequentasse solo per arrivare a qualcun altro. Ma a chi? Forse Dag lo sa, ma non si sente di dirlo. A questo punto tocca a Nora aggiornare Dag sulle sue ultime scoperte, tante. Dag pensa che Nora sia vicina alla soluzione di tutto, ma non le dice nulla: deve scoprirlo da sola.

Capitolo 28
Nora è piuttosto nervosa, le pare che il tempo si sia fermato e che non si arrivi da nessuna parte, ed è arrabbiata con Dag perché lui non vuole dirle nulla. In più anche la bambola Cecilia sembra essersi chiusa in sé stessa, è così da quando hanno letto la lettera di Cecilia al suo ballerino, e Nora ne è molto addolorata, come se avesse perso una persona cara. L'unica novità è che Nora ha fatto pace con la nonna: capisce che è inutile cercare di scuoterla, la nonna ha un'opinione idealizzata di mamma Agnes ed è pronta a dar contro chiunque voglia intaccare quell'immagine perfetta, tanto vale prenderla com'è. Un giorno deve sbrigare una commissione per Anders: chiamare all'ambulatorio medico per sollecitare una ricetta per uno sciroppo di cui Anders ha bisogno. Mentre lo fa sente che, all'altro capo, stanno ricevendo un'altra persona: Agnes Cecilia Eng. Nora non perde tempo, si precipita in ambulatorio. Prima, però, saluta la bambola Cecilia, che sembra essere tornata vivace e presente come un tempo. E finalmente, in ambulatorio, incontra la ragazza, che ha più o meno la sua età. Agnes Cecilia o, come si fa chiamare più spesso, Tetti, ha lo stesso dolce sorriso della mamma di Nora.

Capitolo 29
Agnes Cecilia, la nipote di Cecilia, è davvero timidissima come aveva detto Dag, ma quando ha capito che Nora aveva fatto quella corsa in ambulatorio solo per incontrarla ha abbandonato ogni timidezza e si è lasciata andare. Ora le due hanno fatto amicizia, e sono in camera di Nora. Tetti (che è la sua storpiatura, da bambina, di Cecilia) desiderava da tempo conoscere Nora e Dag, e non solo perché sono i suoi parenti. Ma non osava farlo. Nora, in compenso, le ha raccontato tutta la vicenda che ha scoperto a proposito delle loro origini, della storia di Cecilia e della famiglia. Nora va in cucina a preparare un tè e quando torna vede che Tetti sta scuotendo la piccola sveglia chiedendosi perché non funzioni. Tetti le racconta che mentre lei era via aveva sentito dei passi avvicinarsi alla porta. Lei all'inizio pensava che fosse Nora che le faceva uno scherzo, ma poi si era resa conto della presenza di un essere invisibile. Questo le si era fermato accanto e poi aveva danzato con lei. Sì, proprio così. Eppure Tetti non aveva mai danzato prima. La sveglia aveva cominciato a camminare andando all'indietro. E quando la creatura era andata via l'aveva fatto in modo straziante, era stato come dire addio a una persona molto cara. Poi Tetti aveva preso in mano la sveglia e questa si era fermata. Ed era stato questo a spaventarla. Tetti teme che Nora non le creda, ma Nora non solo le crede, le racconta anche tutti i fatti misteriosi avvenuti negli ultimi tempi. Vorrebbe anche mostrarle la bambola Cecilia, ma all'ultimo, mentre sta per aprire il ripostiglio, non osa. Prova come una strana fitta che le impedisce di farlo. Quando resta da sola, però, va ad aprire il ripostiglio e ciò che temeva si svela come realtà: la bambola Cecilia non c'è più. Resta solo il medaglione che aveva al collo, e quello è per Tetti, perché abbia un ricordo della nonna. Nora è triste per la perdita della bambola, ma è anche contenta, contenta come non mai. Ora lei ha Agnes Cecilia, e le due vivono nello stesso tempo. Cosa potrebbe esserci di meglio?

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